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Wild Nothing – Indigo: Recensione

Torna Jack Tatum con i suoi Wild Nothing, ancora una volta via Captured Tracks, con questo “Indigo”, quarto album in studio.

Che dire: Tatum è un intelligente alchimista, furbo e ruffiano quanto basta, e la sensazione è che ogni cosa sia al posto giusto, proprio dove egli voleva che finisse, e messa a fuoco o meno sempre a seconda delle intenzioni.

Lo si capisce da subito, con la psichedelia leggera e sognante di Letting Go: c’è talento e c’è gusto. E c’è studio. Perché anche la più nebulosa The Closest Thing to Living, con il suo accompagnamento di tromba, o Canyon on Fire, con la sua chitarra graffiante, pur rientrando nel ricettario già sperimentato e consolidato, danno concretezza a un album altrimenti fuido e fluttuante grazie a un tocco di eleganza vintage, brillante ma allo stesso tempo profondo e rilassante (quale è appunto l’effetto del colore indaco), bilanciata, edibile e volutamente mai asettica. Il tutto in una cornica di innegabile bravura nel songwriting.

Ed è così che ancora l’ottone e gli effetti di Partners in Motion ci riportano a suggestioni anni ’80, mentre con pezzi come Through Window si viaggia sulla scia di echi déjà-senti di pop atmosferico e volutamente misurato, educato, accessibile.

Difficile, però, definire “Indigo” un lavoro memorabile: impossibile del resto non poter darne un giudizio positivo, anche solo per la capacità di Tatum di essere scaltramente quanto piacevolmente malinconico, con quella leggiadra sicurezza che gli permette di navigare a vista lontano dai pericoli di sonorità più ambiziose, ma allo stesso tempo rischiose.

Anban

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