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Suede – The Blue Hour: Recensione

“The Blue Hour” è il terzo album post-reunion per i Suede, mitica band inglese madrina del brit-pop nonché bandiera della tendenza glam durante gli anni Novanta. L’ora blu, cui il titolo fa riferimento, è quell’ora del giorno durante la quale la luce pian piano svanisce per fare spazio al buio. Mai titolo fu più azzeccato. “The Blue Hour” è infatti il lavoro più dark partorito dalle menti di Brett Anderson e soci.

Lavoro dal forte sapore cinematografico, “The Blue Hour” sembra lasciar passare la poca (ma quando c’è abbagliante) luce dei quattordici brani in scaletta attraverso lo stretto obiettivo della cinepresa, trasformando in questo modo ogni emozione in fiction. Una “finta” talmente bella (e al contempo vintage) da essere spesso e volentieri più affascinante del vero.

L’iniziale As One (con i suoi influssi gregoriani), Roadkill e Dead Bird sono cinematografia pura, e se in altri album sarebbero potute passare per puri riempitivi, qui assumono appieno la loro posizione all’interno dell’opera. Brani come Mistress, Chalk Circles e Tides portano alla mente certi esperimenti di rock cupo portati avanti in questo millennio da band come A.F.I. e Placebo (ma c’è da precisare che Davey Havok non ha nemmeno la metà della purezza pop di Anderson, così come Brian Molko nemmeno la metà della sua voce), mentre in Beyond the Outskirts e Cold Hands la band londinese fa propri certi stilemi prettamente british di leggende hard rock quali Black Sabbath e Iron Maiden (ebbene sì, ascoltare per credere).

All the Wild Places e The Invisibles sono canzoni da camera per archi, vampiresche e bellissime; Wastelands, Life Is Golden e Don’t Be Afraid If Nobody Loves You nuovi inni pronti da cantare durante i live (segnatevi la data milanese del 4 ottobre al Fabrique). Il finale è affidato alla lunga ed emozionante suite Flytipping. Ennesima dimostrazione di gran classe e stile assoluto.

Andrea Manenti

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