Home / Pop News / Shepp: “Con la musica continuo la mia lotta e onoro i miei maestri”

Shepp: “Con la musica continuo la mia lotta e onoro i miei maestri”

Il mitico Five Spot di Philadelphia, Malcolm X e le pantere nere, i club fumosi di New York, la New thing che esplode nel 1965 a Newport e consacra la rivoluzione del free jazz, Charlie Parker e Thelonious Monk, le ore senza tempo con John Coltrane e Cecil Taylor. Pochi, pochissimi soldi, tanta rabbia. La voce di Archie Shepp è come una spinta in un altro mondo, quello che lui descrive scivolando sulla «a» di jazz come se fosse una nota lunghissima. Il sassofonista icona del jazz libero racconta di «Trane» e «Bird» come se fossero ancora accanto a lui «e in effetti lo sono, in un certo senso», dice, mentre suona le ultime note di un pezzo di Charlie Mingus, Peggy’s blue skylight, che sta studiando a casa. I musicisti lo chiamano «eroe», il pubblico «leggenda» del jazz, ma lui preferisce «Archie e basta, per carità». Archie e basta suonerà giovedì 26 al Torino Jazz Festival diretto da Giorgio Li Calzi che si inaugura domani.

Come sta il jazz signor Shepp?

«Ma cos’è il jazz? Quello che la gente definisce jazz, io la chiamo musica afroamericana. Non so se il jazz sia vivo, perché non è la mia musica, io faccio musica nera, musica afroamericana. Quello che cerco di dire è che io faccio una musica che evolve da una certa cultura e una esperienza storica particolare, che poi i bianchi hanno etichettato come jazz».

Nell’album «Fire Music» un brano è dedicato a Malcolm X. Quanto conta nella musica il contenuto politico?

«Moltissimo. La musica rappresenta i conflitti sociali, include valori politici, specialmente in contesti come quello attuale. Guardate cosa succede da noi, negli Stati Uniti. Guardate i numeri dei giovani neri uccisi dalla polizia. Con l’avvento di Trump il clima è precipitato, è un razzista, e ha peggiorato la situazione anche per i bianchi che vorrebbero più sicurezza. Ci sono stati molti cambiamenti da quando ero giovane, incluso un presidente nero, che ho sostenuto. Ma credo che l’America abbia ancora parecchia strada da fare».

Che consigli darebbe ai giovani musicisti?

«La cosa più importante è l’amore, l’amore per la musica, e soprattutto è fondamentale avere una storia da raccontare. Non deve essere la storia di qualcun altro, deve essere la tua esperienza, la tua verità. Devi riuscire a far arrivare la tua storia».

E Coltrane?

«Avevo 17 anni e frequentavo ancora il college. Andavo spesso al Five Spot di Philadelphia a sentire Monk e Ornette Coleman. Una sera c’era anche lui. Era un mito in città. Raccolsi tutto il coraggio che avevo e gli chiesi se mi poteva dare qualche consiglio. Mi scrisse l’indirizzo su un pezzetto di carta e mi disse di andarlo a trovare l’indomani mattina. Mi presentai alle 10 a Columbus Street. Ovviamente dormiva. Aveva finito di suonare alle 5. La moglie Anita mi fece entrare. Aspettai fino all’una e mezzo, accanto a me c’era il suo sassofono, appoggiato sul divano. Quando si svegliò lo prese e tutto solo suonò Giant Steps per dieci buoni, poi mi chiese “Vuoi suonare qualcosa per me?”. Da allora Trane mi ha aiutato enormemente, mi ha dato una nuova direzione».

Quando ha trovato il suo sound?

«Era tanti anni fa, stavo registrando con il mio trombettista Bill Dixon. Adoravo il sound di Coltrane e stavo cercando quel suono, ma non ci riuscivo. Era così frustrante… Volevo essere lui, volevo suonare come Coltrane. Ma non c’era verso, così ho deciso di suonare come sapevo e quando ho riascoltato le registrazioni ho pensato, bè, non è il sound di John, ma non è male. Da quel momento mi sono detto, che ti piaccia o no Archie, questo è il tuo suono».

Con chi avrebbe voluto suonare ma non ha potuto?

«Guardando indietro mi sarebbe piaciuto suonare con Duke Ellington. Il mio vero sogno però è sempre stato quello di suonare in una big band, ma non sono un granché a leggere gli spartiti e quindi niente, quell’esperienza mi manca».

E con chi vorrebbe suonare oggi?

«Ah, senza dubbio con sister Beyoncé. Pensa cose che sono complementari al significato della mia musica, il significato politico. Sarebbe una bella esperienza suonare con lei».

Chi sono le persone che l’hanno ispirata di più?

«Mio padre che mi ha iniziato alla tradizione afroamericana, anche se mi ripeteva sempre di non fare il musicista perché non dava da vivere. Bè la storia non cambia mi pare… E poi Charlie Parker e Dizzy Gillespie che ancora da adolescente mi hanno ispirato, ma naturalmente John Coltrane che ha mostrato a tutti noi la strada».

Commenta con Facebook!

About Alessandro Calzetta

avatar
Bio: Alessandro Calzetta (Roma, 1971), creatore e direttore del magazine www.bravonline.it è un appassionato di canzone d'autore, grafico pubblicitario (www.grafichemeccaniche.it) e webdesigner di professione (www.alessandrocalzetta.it). E' un componente del gruppo d'ascolto del The Place di Roma. Fa parte della giuria che assegna, ogni anno, le Targhe Tenco. e.mail: info@alessandrocalzetta.it Alessandro su Facebook:

Leggi altro:

Laigueglia è dei bambini: weekend di giochi, laboratori e musica

Nelle piazze del centro storico, oggi e domani, divertimento allo stato puro con «Laigueglia è …