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Report live da Bari: intervista ad Eugenio Finardi.

[pullquote_left]«Devo solo ritrovare un nuovo modo di lottare per la nostra dignità.*»[/pullquote_left]

Il 24 gennaio scorso, presso il Teatro Forma di Bari, Eugenio Finardi si è esibito in un concerto nel quale ha ripercorso i suoi quarant’anni di rock d’autore,  un live intitolato, non a caso, “Parole e musica”.

C’è difatti – ha subito rivelato l’artista milanese – assoluto bisogno di dare voce ad una stringente domanda di contenuto; si sente – in maniera quasi epidermica – prorompere una bruciante richiesta di un racconto, di una narrazione.

Così – ha continuato Finardi – ad imporsi al pubblico è uno spettacolo che “zampilla” di una tensione irriducibile: quella fra la soggettività ermeneutica della parola e la scientificità delle note musicali. Da questa tensione nasce l’incantevole miracolo della Musica.

Prima però di concedermi all’attento ascolto delle canzoni, ho raggiunto Eugenio per una breve intervista.

Lei ha dichiarato che il suo ultimo album, Fibrillante, vuole essere la descrizione disincantata del nuovo Medioevo in cui oggi siamo immersi: potrebbe spiegare ai nostri lettori il senso di questo “Medioevo” e se esso riguardi il solo ambito economico? – E’ un Medioevo che riguarda principalmente l’ambito economico, perché anche oggi – forse più di ieri – la ricchezza è detenuta da pochissime persone, che con il click di un mouse possono spostare intere economie, mentre tutti gli altri devono subire. C’è un ingiusto ed illegittimo arricchimento di pochissimi ed un impoverimento di quasi tutti gli altri.

Inoltre, anche dagli eventi di cronaca ci arrivano esempi di torture, di decapitazioni, di schiavitù, cose che veramente non appartengono al futuro che sognavo quando avevo la tua età.

Uno dei motivi dominanti dell’album è il disincanto. Basti pensare alla canzone Come Savonarola, nella quale Lei canta amaramente la vittoria degli arrivisti, degli opportunisti, degli arroganti. Sembrerebbe una canzone nichilistica, ma è anche vero che vi è il suo urlo reiterato di indignazione, per cui Le chiedo: cosa sogna oggi Eugenio Finardi? E’ ancora animato da quella bellissima dimensione della ‘gioia e della rivoluzione’? – Sì, anche in Come Savonarola c’è una frase che dice: «Devo solo ritrovare un nuovo modo di lottare per la nostra dignità». La voglia di lottare c’è sempre, il problema è che non la trovo nei ragazzi, e sono loro in realtà ad essere i veri disincantati,  loro che avranno da pagare il prezzo più alto, anche per lo sfruttamento del pianeta e dell’ambiente.

A proposito di giovani, una delle sue canzoni a cui mi sento più legata è Non diventare grande mai, che sembra scritta proprio per ogni ragazzo. Lapidariamente quale consiglio darebbe ai giovani d’oggi?  – Quello di non pensare che la realtà sia ineluttabile e che sia già tutto scritto.

Uno degli aspetti che mi ha sempre molto affascinato del Finardi, cantautore e pensatore, è il suo rapporto con la fede. Perché Lei ha sì dichiarato di essere un non credente, ma è anche pervaso da un grande sentire spirituale, espresso meravigliosamente in alcuni suoi rifacimenti, come Uno di noi. Potrebbe parlarci un po’ di questo rapporto, quello fra ateismo e spiritualità, e se sia una contraddizione? – No, non è una contraddizione. Io credo che la spiritualità sia una caratteristica dell’uomo e che non ci sia bisogno di un Dio per spiegare la meraviglia dell’universo. Il divino è in ciò che ci circonda: nella natura, nello spazio, nell’immensità dell’universo. Pensare che ci sia un Essere senziente che abbia creato tutto ciò è abbastanza presuntuoso.

Il concerto ha inizio poco dopo, oltre due ore di “parole e musica”, in cui Finardi è accompagnato alla tastiera da Paolo Gambino ed alla chitarra da Giovanni Maggiore, un grande e giovane talento. Un sogno sembra, intanto, impadronirsi di tutto il pubblico: quello di un «nuovo umanesimo», fragile, finito, disincantato, ma colmo di amore.

Gabriella Putignano

* E. Finardi, Come Savonarola, in Fibrillante.

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Gabriella Putignano è Laureata in Scienze filosofiche, ha pubblicato “Il grido di vita di Carlo Michelstaedter”, ISBN: 978-88-91018-67-0, 2012.

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