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Pinomarino – ACQUA LUCE E GAS

Un disco decisamente anomalo, che tratta di vita normale. Acqua luce e gas, nei negozi dall’11 novembre 2005, è il terzo album (dopo Dispari, 2001 e Non bastano i fiori, 2003) di Pinomarino, cantautore capitolino ex speranza ed ora certezza della canzone d’autore italiana. Ed è un album di grande vitalità, estremamente “vero”, autentico, così come la figura di Pinomarino. Non ha personaggi da portare avanti, non ha abiti di scena, non ha presunzioni e saccenterie, se capita di parlarci. Non ha che la sua chitarra acustica e la sua sempre più matura vocalità, intrecciate nel racconto delle sue storie dalla poesia mai stucchevole ed arzigogolata e comunque in grado di essere profonda ed incredibilmente viva. Sì, Acqua luce e gas, possiede una forza interna pulsante, battente, una sorta di respiro più ampio del visibile che penetra le canzoni e dà loro consistenza e, ripetendomi, vita. Vita normale, vita quotidiana, vita difficile e a tratti trascinata, vita fatta di bollette e stipendi bassi, che assomiglia troppo alla vita di oggi. Ci sono vari modi di raccontare il tempo presente e non è affatto detto che serva parlare di politica per essere “politici” in senso lato. Era ciò che diceva in qualche modo anche Giorgio Gaber e forse non è quindi un caso che Pinomarino abbia scelto come bonus-track dell’album quel Lo shampoo di Gaber-Luporini che è dal 1972 ad oggi uno dei brani meno politici del Signor G, ma anche tra i più quotidianamente politici, in quanto capaci di parlare con precisione e grande comicità dell’uomo. Pinomarino ne toglie la comicità, scelta ardua, e prova a restituirne esclusivamente la poesia del quotidiano che il brano porta con sé. Si tratta di una registrazione improvvisata in studio, piano e voce, solo Pino ad omaggiare il grande artista milanese. Ma abbiamo iniziato dalla fine. Torniamo indietro, molto indietro, dato che la prima traccia, Qualcosa che non cambia il mondo, era già contenuta in Dispari (2001). Una dolce ballata fatta di chitarre arpeggianti e pianoforte, che apre il disco con la doppia idea di sé e del mondo che continuerà da qui in avanti. Pino scrive, nel libretto del cd, una piccola introduzione che racconta del viaggio di qualche anno che Qualcosa che cambia il mondo ha percorso: «Questa canzone è tornata a casa con le sue gambe, dopo un viaggio durato più di cinque anni, lasciando il peso, alleggerendosi camminando come ad ogni viaggiatore capita anche suo malgrado. Le altre canzoni di questo disco hanno sperato in silenzio, arrotolate nel nastro, che fosse lei ad aprire e lei, come se avesse ascoltato il ronzio di questa necessità, si è offerta. Si riparte, buon viaggio “e soprattutto, buonafortuna”, diceva il maestro». Si apre con una certa leggerezza, quindi, l’album, per diventare subito più forte con Fatto una volta, fatto per sempre, uno dei più begli episodi del disco. Nonostante la cassa in quattro di Rondanini sia ad ogni modo soave e le splendide parti di violino di D’Erasmo cuciano con eleganza le diverse parti ritmiche del brano, si avverte un’atmosfera plumbea, che caratterizza al meglio il tema del testo, una sorta di disilluse istruzioni per l’uso della propria corazza: «fatto una volta, fatto per sempre, perché non tocca al pudore ma tocca alla volontà, dire di no». Si continua con il “singolo” Non ho lavoro, straordinaria canzone che potrebbe essere considerata la canzone-simbolo della poetica di Pinomarino. Andrea Pesce. Francesco De Nigris, Pino Pecorelli e Fabrizio Fratepietro e Pinomarino, conducono un perfetto lavoro di arrangiamento su un brano che ha già di suo, voce e chitarra, un equilibrio sensazionale. Il paradossale urlo «Non ho lavoro, quindi non ho paura di perdere il lavoro» è al contempo straziante ed ironico ed apre un testo dagli ottimi incastri di rima e dalla grande originalità. Così come si diceva poco fa, si tratta di vita difficile, condotta soltanto «con due banconote azzurre, con sopra scritto venti». Non è facile giocare di poesia con gli euro, sia per la loro ancora breve vita, sia per tutto l’insieme di strana novità che ha comportato al nostro immaginario e dobbiamo notare come Pino riesca invece con maestria da cantautore consumato a costruirci una strofa sull’infinita avidità dell’uomo, che ricorda per certi versi le tematiche de Il pelo di Gaber: «20 e 20 fa 40 e me che serve 100, ne mancano 60, a te serve 300 e il fatto va a finire in banca, a lui serve 3000 e già gli manca una pistola, a chi serve 300mila manca una carriola di banconote gialle che il vento porta in aria al posto delle foglie e il vento le raduna, le conta e le riconta, ma ne manca sempre una». Se poi vogliamo trovare una cifra stilistica assolutamente personale in Pino è il gusto della ripetizione in loop di un verso, cosa che ritorna in numerose sue canzoni, così come in quel rabbioso sogno che ha tutta l’aria di essere una critica efferata al concetto di “moneta” come intermediario di scambio: «e sogno l’”inventore” che ha prestato le sue mani per sostituir le foglie con le banconote gialle da 50 sopra i rami».
Con L’uomo a pedali si torna ad atmosfere “da camera”. Un episodio breve e struggente con momenti addirittura commuoventi, ad esempio quel «non è mica semplice, scegliere il punto del mondo più adatto per scendere, con due gambe incapaci fra loro a tenere i piedi all’asfalto bruciato che ogni volta c’è da camminare, ogni volta mi tocca imparare daccapo». Possiamo chiamarlo ritornello? Direi di no, dato che un’altra certezza riguardante la maturità cantautorale di Pinomarino è la non fissità delle strutture, il continuo cambiamento di strofe e ritornelli, in cui non esistono strofe e non esistono ritornelli. Cambi di ritmica e di melodia, sì, così come in Notte ai lupi e nella spigliata ed interessante metafora de Lo strozzino. Si continua con la bellissima la favola del lupo liberamente tratta da un racconto di Rafael Sànchez Ferlosio, in Le scale del paradiso. Un’allegorica vicenda che si potrebbe malamente sintetizzare così: “Il lupo non perderà il vizio, ma almeno perde il pelo”. Scivola bene con atmosfere “antiche” in cui, probabilmente, risulta un po’ forzata soltanto la frase «ma solo in quanto lupo torno indietro». Più scanzonata è Binario 3, che vede anche la partecipazione di Roberto Angelini, mentre armonicamente e melodicamente ricca è Palle di polvere, dagli efficaci backvocals che enfatizzano ancora meglio la bella vocalità di Pino. L’uomo che guarda cadere le stelle è una ballata acustica dalla grande malinconia sui desideri espressi e forse non realizzati «mirando a piattello di luce che passa veloce». Infine, il disco, si chiude con la disillusione del tempo che passa di Ciao come stai? firmata Pino Marino-Andrea Pesce-Daniele Tortora, resa stralunata dagli ottimi suoni di Pesce. Come si diceva, il quotidiano, vissuto e visto a 360 gradi, il peggio e il meglio della vita reale sono, in qualche modo scritti da Pinomarino con rarefazione e precisione in Acqua, luce e gas, terzo capitolo della sua personalissima saga.

Pino_Marino_-_Acqua_luce_e_gasPino Marino
Acqua, luce e gas

(Radiofandango)

11/11/2005

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