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Noterelle a margine su ‘Chi se ne frega della musica?’ di Enrico Deregibus

di Elisabetta Malantrucco

Chi se ne frega della musica?

Potrebbe essere il verso di una nota canzone. Oppure la domanda sfiduciata di un discografico in questo tempo di crisi. O ancora la domanda retorica di un quotidiano nazionale senza ricambio generazionale.

Beh, in questo caso è il titolo ambiguo (e quindi ambizioso) del volume di Enrico Deregibus, uscito in libreria nell’ottobre 2013 (edizioni  NDA Press) e del quale noi di Bravo online vorremmo recitare ad alta voce le noterelle raccolte a margine (e scusate il ritardo!).

Ma prima di parlare del libro è d’obbligo  provare a dire qualcosa sull’autore.  Mai come in questo caso  – per un libro dove contenuto e penna sembrano così corrispondere al senso e alla reiterazione dell’inquieta domanda del titolo – è necessario avere ben chiaro a mente il ‘chi’ è ‘l’autore’.

E allora: ‘CHI se ne frega della Musica? Ma Enrico Deregibus, innanzitutto. Deregibus se ne frega eccome, visto che se ne occupa per passione e per professione da sempre.

Un po’ come il personaggio di un libro inglese alla moda, il nostro autore ha gestito a lungo un negozio di dischi che fino a qualche anno fa era affollato da persone che se ne fregavano eccome. Sembra quasi un tempo leggendario, un tempo che si muove tra la storia ed il mito, quello in cui i ragazzi si spostavano da un negozio ad un altro, dal nuovo all’usato, quello in cui si faceva a gara per le casse migliori e per l’impianto stereo più sofisticato. Quello in cui esisteva il culto della puntina pulita.

La leggenda del Santo Solco potremmo chiamarla.

Se non fosse che poi tutto questo tempo in realtà non è passato. Cosa sia accaduto alla musica, anzi, al suo settore industriale,in così poco tempo meriterebbe studi sociologici storici ed economici. Quello che si può dire adesso come adesso è che una intera generazione – quella di Enrico Deregibus, quella che viaggia dai quaranta in su – ci è finita in mezzo vedendo azzerare ad uno ad uno convinzioni e certezze fino all’attuale domanda: ‘Chi se ne frega della musica…?’

Enrico Deregibus non gestisce più un negozio di dischi, ma di questi si è occupato tutta la vita, come giornalista e come operatore culturale. Ora preferisce impegnarsi nell’organizzazione di eventi e festival, sempre favorendo la diffusione musicale in Italia, ma a lungo si è occupato di scrivere di musica.

E questo libro raccoglie infatti una serie di suoi articoli, scritti – negli anni – per varie testate o come introduzione a libri o anche come inediti, disegnando un panorama vario (seppur non esaustivo)e variopinto della musica leggera in Italia. Non solo musica d’autore: proprio la musica leggera nel suo insieme con qualche variazione sul tema, visto che c’è anche una ottima intervista a Enrico Rava.

E non c’è solo un panorama di gruppi, cantanti, interviste, recensioni, dischi e concerti… ci sono anche eventi, industria musicale, festival, giornalismo e tutto ciò che riguarda questo nostro strano settore.

C’è anche – ed è quello che abbiamo maggiormente apprezzato – un intellettuale piemontese (e non torinese come orgogliosamente l’autore tiene a ribadire) – che con la scrittura riesce a lasciarsi andare, ad esprimere non solo il suo punto di vista musicale, ma proprio il suo personale affaccio sul mondo, il suo rapporto con la vita e con le cose. Spesso Deregibus lascia libera la parola e si permette degli angoli da scrittore puro. Anche se poi nel libro – per sicurezza – delle incursioni di Gianluca Morozzi (cioè dello scrittore in purezza) ci sono, a raccontare quel gruppo e quella musica secondo la propria particolarissima visione e secondo i propri ricordi.

CHI SE NE FREGA DELLA MUSICA 6Ebbene, senza togliere nulla alle scorribande morozziane, Deregibus avrebbe potuto anche fare tutto da solo. Anzi: lo ha fatto, perché questo libro è anche un po’ un’autobiografia. Di cui – pur nelle differenze di gusto, d’amore, di speranze, di falsi o veri miti, di passaggi – abbiamo apprezzato soprattutto il rispetto per tutti senza però timore reverenziale, senza la banalità del ‘tutti la pensano così e allora’.

Ci sono dei giocatori di pallone molto forti (eviteremo di fare nomi) che però come tutti gli esseri umani ogni tanto sono stanchi e non azzeccano la partita. E poi invecchiano e poi a volte ci si sveglia male… insomma, questi forti giocatori di pallone assurti quasi a mito non vengono mai giudicati dalla stampa sportiva (quella vicina alla squadra e all’ambiente ma non solo: anche quella non vicina ci va cauta per evitare reazioni).

Addirittura se il giocatore in questione ha giocato una pessima partita nelle pagelle leggeremo: n.c. non classificato. Se poi ha commesso dei falli da codice penale si troverà sempre una giustificazione e una responsabilità dell’altro o un paragone con qualcosa di peggiore.

Ecco, questo non fa bene al giocatore perché viziandolo non potrà mai migliorare.

Vale anche per la critica musicale italiana che sostiene certi validissimi e straordinari artisti. Come Capossela ad esempio, che è un intoccabile.

Oppure come un mostro sacro del calibro di De Andrè, che nessuno oserebbe mai criticare, soprattutto adesso che è entrato nella leggenda.

È giusto a nostro parere che De Andrè sia leggenda e che Capossela sia indicato come uno straordinario autore però – fermiamoci solo a lui – quando un suo album è noioso possiamo dirlo anche ad alta voce e non solo di nascosto con la mano davanti alla bocca.

Ecco, Deregibus non ha paura di esprimere il suo pensiero. A volte diretto, altre volte partigiano, altre ancora innamorato, altre decisamente indignato.

E c’è una visione tutta personale della musica; è un racconto d’amore e come ogni amore vale la pena raccontarlo. Se si sa come fare.

Se poi il libro basta a rispondere alla domanda del titolo non sapremmo dire. Di certo ne fa nascere molte altre. E di tutte ce ne frega.

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