Home / Canzone d'Autore / Non sono solo canzonette, i grandi cantautori si studiano a scuola.

Non sono solo canzonette, i grandi cantautori si studiano a scuola.

Penso sia il momento di inserire lo studio dei testi dei grandi cantautori italiani nella storia della nostra letteratura”. Oltre a Lucio  Dalla anche “De Andrè, Guccini, De Gregori e Paolo Conte”. Si tratta di “testi da capire e decifrare con gli studenti nell’ora di italiano”. Così, il Ministro della cultura, Dario Franceschini, ha rilanciato il tema, non nuovo, dello studio delle canzoni a scuola, ma questa volta proponendo l’inserimento non nelle ore di musica, ma di lingua e letteratura italiana. Si tratta di un tema ghiotto per implicazioni e che rischia di finire stritolato tra le partigianerie occhialute da accademia e i riformismi culturali dal sapore acidulo. In realtà, la questione è molto più semplice, quasi banale: la canzone è una canzone e un testo letterario è un testo letterario. La prima appartiene, non solo per tradizione, ma per struttura, alla musica e non bisognerebbe mai cadere nella trappola delle pretese primazie: Futura di Dalla è una poesia? Quasi che qualificandola per tale le si desse un patentino di miglior nobiltà, quasi che se fosse sé stessa, cioè una canzone, non potrebbe con dignità essere oggetto di studio. In una delle sue ultime interviste, fu proprio Fabrizio De Andrè a parlare delle canzoni, commiserando con ironia il difficile mestiere del critico musicale. Si tratta, in effetti, di meccanismi piccoli, fragili, complicati e difficilmente comprimibili in poche righe. Una canzone, cosiddetta cantautoriale, ha un testo, una melodia, un arrangiamento, una struttura metrica ed una armonica, ha un missaggio, ha alcuni strumenti e non altri, ha una interpretazione e ha proprie dinamiche. Se si perde di vista, per dirla in giuridichese, il sinallagma, il legame profondissimo e necessario tra ognuna di queste parti la canzone, semplicemente, morirebbe, perderebbe di senso. E la questione, in fondo, è tutta qua. Allo stesso modo in cui una poesia o un pezzo di prosa d’arte (a proposito di realtà complesse, la prosa d’arte è poesia e una poesia senza metro è prosa d’arte?) hanno una vita originale e coerente per esse stesse, con meccanismi spesso sofisticatii che presiedono alla rispettiva autonomia funzionale. Quando Mogol scrive poesie, non scrive canzoni; lui stesso ha detto e ribadito in più occasioni il concetto. E naturalmente quando Monteverdi usa per i suoi madrigali le poesie di Chiabrera fa fare un giro ulteriore alla complessità della canzone (o De Andrè con Cecco Angiolieri, per dire). E’ un discorso lungo, articolato e, in realtà, molto discusso da secoli quello del rapporto tra i generi, ma l’idea che un testo possa essere decifrato solo nell’ora di italiano è curiosa quanto quella che pretendesse di ridurre un film alla sceneggiatura. E allora? Lasciamo opere di indiscutibile bellezza fuori dalle aule? In parte, non sarebbe una cattiva idea quella di restituire al pop (da “popolare”) la sua libertà di diffusione (se no va a finire che, tra qualche anno, si proporrà di far studiare Fedez o gli Articolo 31), dall’altra bisogna fidarsi della capacità dei nostri insegnanti di musica, perfettamente in grado di far conoscere agli studenti quei piccoli e affascinanti gioielli che sono le belle canzoni.
“Penso sia il momento di inserire lo studio dei testi dei grandi cantautori italiani nella storia della nostra letteratura”. Oltre a Lucio  Dalla anche “De Andrè, Guccini, De Gregori e Paolo Conte”. Si tratta di “testi da capire e decifrare con gli studenti nell’ora di italiano”. Così, il Ministro della cultura, Dario Franceschini, ha rilanciato il tema, non nuovo, dello studio delle canzoni a scuola, ma questa volta proponendo l’inserimento non nelle ore di musica, ma di lingua e letteratura italiana. Si tratta di un tema ghiotto per implicazioni e che rischia di finire stritolato tra le partigianerie occhialute da accademia e i riformismi culturali dal sapore acidulo.

In realtà, la questione è molto più semplice, quasi banale: la canzone è una canzone e un testo letterario è un testo letterario.

La prima appartiene, non solo per tradizione, ma per struttura, alla musica e non bisognerebbe mai cadere nella trappola delle pretese primazie: Futura di Dalla è una poesia? Quasi che qualificandola per tale le si desse un patentino di miglior nobiltà, quasi che se fosse sé stessa, cioè una canzone, non potrebbe con dignità essere oggetto di studio. In una delle sue ultime interviste, fu proprio Fabrizio De Andrè a parlare delle canzoni, commiserando con ironia il difficile mestiere del critico musicale. Si tratta, in effetti, di meccanismi piccoli, fragili, complicati e difficilmente comprimibili in poche righe.

Una canzone, cosiddetta cantautoriale, ha un testo, una melodia, un arrangiamento, una struttura metrica ed una armonica, ha un missaggio, ha alcuni strumenti e non altri, ha una interpretazione e ha proprie dinamiche. Se si perde di vista, per dirla in giuridichese, il sinallagma, il legame profondissimo e necessario tra ognuna di queste parti la canzone, semplicemente, morirebbe, perderebbe di senso. E la questione, in fondo, è tutta qua.

Allo stesso modo in cui una poesia o un pezzo di prosa d’arte (a proposito di realtà complesse, la prosa d’arte è poesia e una poesia senza metro è prosa d’arte?) hanno una vita originale e coerente per esse stesse, con meccanismi spesso sofisticatii che presiedono alla rispettiva autonomia funzionale. Quando Mogol scrive poesie, non scrive canzoni; lui stesso ha detto e ribadito in più occasioni il concetto. E naturalmente quando Monteverdi usa per i suoi madrigali le poesie di Chiabrera fa fare un giro ulteriore alla complessità della canzone (o De Andrè con Cecco Angiolieri, per dire). E’ un discorso lungo, articolato e, in realtà, molto discusso da secoli quello del rapporto tra i generi, ma l’idea che un testo possa essere decifrato solo nell’ora di italiano è curiosa quanto quella che pretendesse di ridurre un film alla sceneggiatura.  E allora? Lasciamo opere di indiscutibile bellezza fuori dalle aule? In parte, non sarebbe una cattiva idea quella di restituire al pop (da “popolare”) la sua libertà di diffusione (se no va a finire che, tra qualche anno, si proporrà di far studiare Fedez o gli Articolo 31), dall’altra bisogna fidarsi della capacità dei nostri insegnanti di musica, perfettamente in grado di far conoscere agli studenti quei piccoli e affascinanti gioielli che sono le belle canzoni.

Commenta con Facebook!

About Alessandro Calzetta

avatar
Bio: Alessandro Calzetta (Roma, 1971), creatore e direttore del magazine www.bravonline.it è un appassionato di canzone d'autore, grafico pubblicitario (www.grafichemeccaniche.it) e webdesigner di professione (www.alessandrocalzetta.it). E' un componente del gruppo d'ascolto del The Place di Roma. Fa parte della giuria che assegna, ogni anno, le Targhe Tenco. e.mail: info@alessandrocalzetta.it Alessandro su Facebook:

Leggi altro:

Morricone porta 60 anni di musica sul palco di Caracalla: dai …

Il 2018 è l’anno degli anniversari tondi: il sessantesimo da quando ha mosso i primi …