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La mazza del coraggio di Roberto Vecchioni

«Solo dall’amore deve volare a me il mio disprezzo: non dalla palude!»1

Lo scorso 8 ottobre Roberto Vecchioni ci ha regalato il suo ultimo album: Io non appartengo più; un album intenso, concettuale, filosoficamente nietzscheano. Si tratta di una playlist di dodici canzoni inedite, accomunate da un filo rosso e da un messaggio condiviso: un amore tragico, disincantato, lucido per la vita e per il mondo.

In realtà un ascolto superficiale potrebbe condurre il pubblico ad un’opposta considerazione: Vecchioni sembrerebbe oramai stanco di questo tempo, si crogiolerebbe – solitario e beffardo – nel ring avulso della cultura1, fino a proclamare una vile morale della rinuncia e della rassegnazione.

Tale convinzione sarebbe soprattutto confermata dall’ultima canzone, Io non appartengo più, un lacerante grido di denuncia e di non-riconoscimento alla presente attualità storica (“Io non appartengo più alle cose del mio tempo,/non mi riconosco più, lì nascosto dietro un canto”). Ma questo spasimante canto – che pare nel contempo un singhiozzo disperato ed un graffiante urlo di dolore – non deve essere inteso, agli occhi di scrive, come una compiaciuta alienazione, come l’equivalente ad un facile ritrarsi nel proprio egoistico cantuccio, poiché è piuttosto animato dal nietzscheano pathos della distanza. Qui la non-appartenenza diviene infatti l’autentica cifra di un reale ardore per il proprio tempo; una non-appartenenza che riecheggia il ‘mi fa male il mondo’ di gaberiana memoria e che si traduce in una netta (e non moralistica!) presa di posizione contro il demenziale “delirio digitale”, che oblia l’importanza d’incontrare il volto dell’altro, ma anche contro “il pensiero orizzontale/di democrazia totale”, dove ognuno ha il diritto di dire tutto ed il contrario di tutto senza alcun fondamento epistemico.

Nell’ultima strofa il Professore canta altresì di non appartenere “a un tempo che non mi ha/ insegnato niente tranne che puoi essere uomo ma/non diventare gente”, cioè un tempo che osa innalzare il cinico individualismo, l’hobbesiano ‘tutti contro tutti’ a morale invincibile e dimentica, piuttosto, la bellezza di farsi comunità, gruppoNoi-soggetto.

Esattamente questo ci fa comprendere come dalla non-appartenenza vecchioniana si emerga con una potentissima carica di coraggio e con una grandiosa volontà leonina, quella volontà leonina che è espressa in una delle più alte e sublimi canzoni della storia della musica d’autore: Ho conosciuto il dolore. In tal caso, forse, Vecchioni supera se stesso e descrive gli occhi del dolore come “voragini e strappi/di sogni infranti: respiri interrotti/ultime stelle di disperati amanti”. E’ il grande dolore che strozza gli uomini nell’oscurità, che sbriciola l’anima fino a soffocarla, ed insinua nella vita il sospetto che essa non abbia alcun senso. Si tratta dunque di un dolore tragico che va assunto senza velami o empiastri, bensì con la mazza del coraggio, capace di “prenderlo a colpi di canzoni e parole/per farlo tremare/per farlo impallidire/per farlo tornare all’angolo”.

Solamente così si può dichiarare, alla Francesco Guccini, “Ho ancora la forza”, e si può trionfalmente divenire veri pensatori che rasserenano. Con le parole di Friedrich Nietzsche: «[…]Proprio ciò rasserena più profondamente e intimamente: vedere il dio vincitore accanto a tutti i mostri che egli ha combattuto.»2 Ed è davvero questa l’immagine che trapela dall’ultimo album del Prof., la sua decisiva e vitale lezione.

1 Cfr. l’immagine di copertina dell’album.

 2 F. Nietzsche, Schopenhauer come educatore, p. 15, Adelphi, Milano 2009.

1 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, p. 185, Bur, Milano 2004.

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About GabriellaPutignano

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Gabriella Putignano è Laureata in Scienze filosofiche, ha pubblicato “Il grido di vita di Carlo Michelstaedter”, ISBN: 978-88-91018-67-0, 2012.

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