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Kiki la modella. Di Marco Ongaro. Edizioni Anordest

Vi sono donne che pensano – a torto o a ragione non è qui importante – di essere tutt’altro che una quota minoritaria e debole da tutelare, quanto piuttosto la componente maggioritaria della razza umana, in questo nostro mondo. E che quindi buona parte della responsabilità degli errori della vera minoranza – che ha comunque generato – le ricada addosso.

È una premessa necessaria questa, prima di procedere al tentativo di raccontare cosa si può scoprire leggendo la biografia di Alice Prin, in arte Kiki di Montparnasse, scritta dal cantautore, drammaturgo, librettista, scrittore (in una parola “artista”) Marco Ongaro, per le Edizioni Anordest. Premessa necessaria, si diceva, perché la persona che scrive la condivide e proprio per questo non ama le letterature “sulle donne” “delle donne” e “per le donne”. Non crede poi alle eroine, alle muse, alle amanti, alle streghe, alle fate. Se non quando esistono veramente. Essendo donna sa che tutto ciò che stupisce l’uomo, quando l’uomo racconta una donna, è appunto il suo essere donna.

Ma non è questo il caso. Ed il perché dovrebbe essere facile a spiegarsi: si sa che il modo migliore per ognuno di noi di raccontare cose e persone è conoscerle. Conoscerle secondando il nostro angolo visuale, secondando la musica dei nostri occhi, secondando gli odori gli umori i confini gli orizzonti che sono propri ed unici di ogni nostro singolo momento.

Ma comunque l’essenziale è conoscerle. E Marco Ongaro conosce evidentemente le donne. Conosce quelle che canta e quelle che mette in scena nella sua attività di drammaturgo.

E di certo conosce bene Kiki. Le vuole bene. E’ dalla sua parte. Ne sente il dolore per non essere stata amata da due genitori che se ne vogliono sbarazzare ciascuno a suo modo, ne intuisce i turbamenti adolescenziali, le discese e il calore degli ormoni tra le gambe, condivide il suo bisogno di mostrarsi, di sentirsi principessa e regina, ne comprende la vergogna per la mancanza di peli pubici. Ne sente i geloni tra i piedi e l’orgoglio quando potrà indossare il primo cappello “borghese” per entrare nelle sale dei caffè. Ne ammira il candore mentre rischia un destino da prostituta. Ne comprende la difficoltà, la fatica, anche forse la frustrazione per non riuscire a far l’amore per la prima volta. Che la prima volta – e poi ancora la seconda la terza e forse per sempre fino a che dura e ce n’è – non si può avere freddo non si può avere fame non si può avere paura non si può avere ansia non si può avere angoscia…

Insomma è essenzialmente questo che appare evidente leggendo le pagine di “Kiki la modella”: che Ongaro – ci si perdoni la ripetizione – conosce Alice, la “sente”, le vuole bene appunto. E mentre lo fa, ne approfitta pure – già che c’è – per raccontarci anche la sua Billie Holiday e la sua Frine… e girovagando tra le sue memorie e quelle di Man Ray fa in tempo anche ad avere tutta l’indulgenza del mondo per i pudori, le sfrontatezze, le piccole e grandi bugie di lei e tutto il distacco e la diffidenza per quella certa ottusità (di facciata) – e dal vago odore borghese – del fotografo americano, il quale ha anche l’ardire di considerarsi intelligente per tutti e due: cioè per se stesso e per una donna che crede di aver “addomesticato”. Un uomo che, a conti fatti, dimostrerà invece di temere, di Kiki, la spontaneità e il suo essere – di per sé – un’opera d’arte.

Noi non sappiamo se tutto questo sia stato vero. E se Kiki fosse veramente un’opera d’arte spontanea.

E non è questo il contesto per raccontare la sua storia, la storia della modella regina di Montparnasse, la storia della schiena più famosa del mondo (proprio l’altro giorno l’abbiamo incontrata in un locale a segnalare il bagno delle donne…); per conoscerla bisogna appunto semplicemente acquistare il libro, che si legge con curiosità e con piacere: il piacere che danno una prosa fluida e intelligente e l’amore per ciò che è narrato.

A noi resta invece da dire cos’altro si nasconde dietro a tutto questo. E per svelare la verità: Ongaro vuole bene a Kiki, certo, ma il suo vero amore è Paris, la Paris dell’epoca d’oro, quella di Modì e di Hemingway, la Paris di cui si sente il sapore e l’odore di assenzio ad ogni pagina. Un po’ come in un recente film di Woody Allen, lo capiamo che l’artista qui vorrebbe trasferirsi per magìa e sbirciare (o forse essere accolto con tutti gli onori che gli spettano: sennò che magìa è?) in quegli ateliers, in quelle feste, in quei caffè, mentre Kiki canta le canzoni della mala e Man Ray la fotografa con una rosa in bocca.

E forse un’altra cosa, niente affatto irrilevante, si intuisce: in qualche modo la sua personale magìa Ongaro è riuscito a realizzarla. Perché come un pittore dell’epoca d’oro ha preso Kiki e ancora una volta, in quella che era la sua massima vocazione, l’ha messa in posa. E ce l’ha regalata nell’ennesimo ritratto.

Lo aveva già fatto in verità, nell’Opera “Kiki de Montparnasse” (scritta con Andrea Mannucci), messa in scena nel 2007, con debutto a Paris.. e recentemente replicata anche a Pechino.

Vorremmo vederla, vorremmo sentirla cantare questa Kiki di Marco Ongaro. Speriamo di poterlo fare prima o dopo.

Intanto ci prendiamo la prosa che – ci tiene bene a spiegarci l’artista (dopo Sartre, come onestamente specifica) – “è l’unica forma d’arte che non solo rappresenta, ma “significa””. Non sappiamo esattamente cosa volesse “significarci” Ongaro, ma la speranza è almeno di non averne tradito il senso in questa qui di prosa… ben più piccina.

Elisabetta Malantrucco

 

 

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