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Intervista a Roberto Kunstler: da Mano nella mano a Carlo Michelstaedter

«E’ pur necessario che se uno ha addentato una perfida sorba la risputi.»1

«Ora parlare di questo album, della poesia, delle parole, dell’amicizia poche righe non bastano. Dopo quindici anni e tanto lavoro fatto insieme Roberto ed io siamo consapevoli che una volta uscito l’album le canzoni sono vostre, restano nella nostra storia ma soprattutto in quella di chi le ascolta. Ho sempre pensato, sin dall’inizio ad un album che potesse regalare momenti di tranquillità, di riflessione, che parlasse di un presente condivisibile ma anche del desiderio che esiste in ognuno di noi di raggiungere la meta di un mondo migliore possibile. Roberto ha trovato le parole, parole libere come è libero il pensiero, come liberi siamo noi. Grazie compare mio».

Queste le parole di Sergio Cammariere, alla vigilia della pubblicazione del suo ultimo album, Mano nella mano. Il disco – uscito il 23 settembre scorso – raccoglie 11 tracce inedite e si avvale della collaborazione di Antonello Salis alla fisarmonica, di Roberto Taufic alla chitarra e di Fabrizio Bosso alla tromba. Per l’occasione ho pensato di rivolgere alcune domande a Roberto Kunstler, “il compare di Cammariere”, il paroliere da oltre vent’anni dell’artista calabrese, ma soprattutto il paroliere della vita di noi tutti.

In realtà l’intervista è stata molto di più di un semplice colloquio alla scoperta dell’ultimo album, poiché si è trasformata ben presto in una intensa e ricca conversazione.

Ti chiederei – ho così esordito – di presentare brevemente il disco ai lettori e di raccontare quale messaggio hai voluto lanciare con questi nuovi testi. In realtà io non voglio mai lanciare un messaggio, se per messaggio si intende un qualcosa di univoco e di calato “dall’alto”. Non ho affatto questa pretesa, che è in un certo senso pontificatoria e catechetica. La tua domanda mi permette, piuttosto, di riflettere sul mio approccio alla scrittura, che oramai risale a tanti anni addietro. Io ho cominciato a scrivere canzoni sin dai tempi dell’adolescenza, sui banchi di scuola. La mia scrittura, con gli anni, è chiaramente cambiata, si è evoluta, ma soprattutto – mi piace sottolineare questo – è stata la scrittura a cambiarmi.

Quest’attitudine alla scrittura, iniziata a partire dall’età di quindici anni, è stata senz’altro sollecitata dalla lettura, perché in quegli anni sono nate le prime passioni verso alcuni scrittori: Rimbaud, che ha fatto esplodere in me una miccia, e Bob Dylan, un poeta della canzone.

Secondo me, il fine ultimo e più nobile che può avere la mia scrittura è quello di intervenire in un processo volto ad aumentare l’attenzione, attenzione a noi stessi ed ai dati che percepiamo. Troppe volte la gente copre il silenzio dei propri spazi di solitudine con il chiacchiericcio e con l’oblio di sé. Allora l’intento della scrittura può essere proprio quello di riavvicinare alla meditazione, da non intendere affatto come una posa intellettualistica, come se io “debba farmi una particolare acconciatura”, bensì – come ti dicevo – quale attenzione, ovvero abbassamento di quel brusio di rumori e di ciance.

Mi spiega, poi, la difficoltà – quasi di “sapore” hofmannsthaliano – di avere a che fare con le parole. E’ molto difficile avere a che fare con le parole, perché spesso sono gusci vuoti e contenitori di menzogne: il mondo è ricoperto di parole che non significano nulla. La poesia dovrebbe costituire quella maniera per ritornare alla “sacralità” della parola, se è vero – come diceva Rimbaud – che la parola può rimare l’azione. Bisognerebbe inseguire il sogno di una parola non incrostata, non assoggettata.

Per me lo scrivere è un po’ un farsi antenna, in quanto l’antenna riceve dei segnali e li ritrasmette. Io amo la scrittura per quello che fu nell’antichità, cioè come attività di fondazione di una civiltà, costruzione di miti poietici e motori. Oggi, invece, siamo immersi dentro una mitologia abbruttente e distruttiva.

Conclude questa lunga riflessione attorno al valore della scrittura con i versi di una sua canzone Mi sento come questa matita che in un secondo può riflettere l’arcata di un millennio, anche se il gesto è quello di un secondo.

Attribuisco, in definitiva, un carattere fisiologico alla mia scrittura, perché essa nasce da un bisogno incontenibile, irrefrenabile. «Tu lo conosci il testo di Carovane?» – mi chiede. Io ce l’ho sempre a mente a memoria; è un componimento che ho scritto in minuto e mezzo e poco più: l’ho buttato giù fino a quando non mi sono fermato.

C’è in quello che dici l’idea di una sorta di “illuminazione”, cioè di qualcosa di non precostituito? No, non c’è l’aspetto dell’ “illuminazione”. Anzi, c’è un lavoro costante prima, c’è un travaglio precedente che solo rende possibile l’atto della scrittura. Mi piace considerare questo parto delle parole come una vera e propria gravidanza.

Scrittura, parole e poesia, e così si finisce dentro la dibattuta questione se ci sia o meno una differenza fra un componimento poetico ed il testo di una bella canzone (si pensi a De André o a Guccini) Anche Valerio Magrelli ha affrontato questa questione. In realtà, per me, sono cose che lasciano il tempo che trovano, perché a me non interessa sapere se Carovane tu la chiami ‘canzone’ o ‘poesia’: a me interessa soltanto che ti abbia lasciato qualcosa. Purtroppo siamo abituati a dividere tutto in categorie/etichette, ma la conoscenza è vera quando sa realizzare un viaggio trasversale fra le discipline, senza lasciarle morire in compartimenti stagni.

Passiamo a discutere dell’album: gli domando se davvero – come è stato scritto – sia un disco nato da un viaggio di Cammariere in Andalusia e che dunque vada ascoltato come ruotante attorno a questo tema. No, questa cosa non è vera, è una cosa di marketing. Sergio l’ha fatto il viaggio, ma non c’entra con l’album. Anzi, si rischia di fuorviarlo: il mondo, purtroppo, vive di realtà costruite e finte. C’è solo un viaggio ed è quello interiore: questo fa parte di tutte le cose che ho scritto.

«Ti ricordi la canzone In viaggio?» – mi domanda. Annuisco, e credo, a questo punto, valga la pena ricordarne una parte: «…In viaggio come i nomadi/Che non sanno di viaggiare/E nascono nel mondo/Solo per camminare/In viaggio come gli angeli/Durante la caduta/Per ritrovare un’anima/Che un giorno si è perduta/In viaggio per necessità/Di liberarsi/Di un abito così stretto».

Anche in questo disco emerge la presenza del mare, una presenza quasi “ossessiva” in te ed in Sergio, per cui mi vien da chiederti: quale valore, quale significato attribuisci al mare? Il mare che troviamo nelle mie canzoni è quello che – con il titolo di un libro di Claudio Magris – potrei definire “l’altro mare”, cioè il luogo dell’assenza di bisogni, dell’argia. È il mare aperto dove l’uomo si lascia alle spalle una condizione di non-essere e di vacuità. Quindi il mare non è semplicemente una realtà geografica, ma è – da questo punto di vista – un luogo metafisico. L’ “altro mare” è il luogo dove chi non pretende ottiene, chi non chiede ha, chi non cerca trova.

Passiamo alle singoli canzoni dell’album e gli rivelo come abbia apprezzato davvero tanto Ed ora, il cui testo è un inno alla coerenza con se stessi, alla lealtà, alla perseveranza. Hai colto la canzone nella maniera che più mi rende felice. È una canzone semplice, ma non fatua. In questo momento storico sarebbe stato molto più facile scrivere una canzone disperante, nichilista; scrivere che “L’amore non esiste”, mentre la mia idea era ed è quella di non perdere il pathos trasformativo. C’è sempre bisogno di una pars destruens (del resto, io ho scritto Il paese di finti), ma c’è altrettanto bisogno di una pars construens e propositiva.

L’altra canzone che mi ha molto colpito è stata Quel tipo strano, una canzone definita dalla critica criptica…Quel tipo strano è una canzone autobiografica, “quel tipo strano” è il mio caro amico che ho perso. L’avevo scritta nel ’93 all’epoca del fatto, ma in una maniera un po’ più blues.

L’ultima domanda non riguarda propriamente l’album, è una domanda con la quale gli esprimo anzitutto la mia gratitudine, perché con la canzone Dalla pace del mare lontano mi ha fatto scoprire il filosofo e poeta Carlo Michelstaedter. Perciò gli chiedo: cosa ti ha insegnato Michelstaedter? Non mi è mai capitato di fare un’operazione analoga: mettere in musica una poesia… [Dalla pace del mare lontano è infatti la parziale trasposizione della poesia I figli del mare di Michelstaedter – ndr] Io arrivai a Michelstaedter nel 1988 e, quando mi capitò questo libro fra le mani, fu per me una folgorazione. C’è una grande vicinanza emotiva alla vicenda di Michelstaedter, congiunta ad un fondo di immane amarezza, perché mi rammarico che una mente così non abbia potuto dare un contributo maggiore. Ho sempre pensato che se quel ragazzo di ventitré anni fosse riuscito a superare quel momento di crisi, magari sarebbe stata una figura importante per il Novecento italiano; invece di Michelstaedter ci rimane solo questa meteora.

In realtà – a proposito della tua domanda – la formula “insegnato” non mi viene proprio naturale, però posso dirti due cose: la prima è che Michelstaedter è riuscito a far vibrare alcune mie corde, a toccare alcune domande che io stesso mi ero già posto; la seconda te la dico attraverso le parole della mia canzone Più le cose cambiano: «Così tornando a noi ed a perché son qua/Quello che ho da dirvi ve lo hanno detto già/Attenti alle merende, son piene di rifiuti/Se inghiotti del veleno è necessario che lo sputi»; in termini michelstaedteriani: «…è pur necessario che se uno ha addentato una perfida sorba la risputi. Eppure quanto io dico è stato detto tante volte…». Ho sempre vissuto la mia attività, anzi la mia vita, come quella di uno che debba risputare la sua perfida sorba.

Mi congedo da Roberto ringraziandolo di cuore per la carissima disponibilità e per le preziose riflessioni che mi ha regalato.

Ricordo a tutti che la nuova tournée di Cammariere inizierà ufficialmente a Bari, il 22 novembre prossimo, presso il prestigioso Teatro Petruzzelli.

Gabriella Putignano

1 C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano, 2007, p. 35.

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Gabriella Putignano è Laureata in Scienze filosofiche, ha pubblicato “Il grido di vita di Carlo Michelstaedter”, ISBN: 978-88-91018-67-0, 2012.

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