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Intervista a Giovanni Block

Intervista a Giovanni Block

realizzata il 5 giugno 2013 a Napoli

di Antonio Piccolo

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Prima di “Un posto ideale”, Giovanni Block (classe 1984) a Napoli era già conosciutissimo. Alcuni suoi pezzi, come “La mentalità” (di cui di recente è uscito il video), erano già delle hit per gli under30 della città. Quando nel novembre 2011 esce il suo disco d’esordio, lui è già un cantautore pluripremiato, con riconoscimenti come il Premio Siae/Club Tenco 2007 e il Premio Musicultura 2009. L’album gli permette poi di far circolare finalmente la sua musica senza che sia lui in persona a portarla in giro. Un approdo fresco e maturo al contempo, così come lo sono i suoi propositi per il futuro, su cui ha idee molto precise. Ne abbiamo parlato davanti ad un caffè, nella sua casa, circondati da chitarre, tastiere e computer.

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Prima di pubblicare “Un posto ideale”, il tuo album d’esordio, avevi già una collaudata esperienza dal vivo e un repertorio abbastanza vasto per poter incidere da tempo un disco. Invece hai aspettato accuratamente le condizioni ideali per farlo al meglio. Dopo un anno e mezzo, com’è il tuo bilancio?

Buono. Abbiamo quasi finito le stampe e andrà in ristampa (se lo desideriamo). Ho vinto il Premio Lunezia; per pochissimi voti non mi sono aggiudicato la Targa Tenco per l’Opera Prima.

So che è stato un esordio tenue e non mainstream, però so che gli addetti ai lavori hanno conosciuto la mia musica e anche il mio pubblico è cresciuto. D’altronde io non sto puntando a costruire un grande castello di cartone, bensì una casetta di mattoni: voglio arrivare a quarant’anni con un’esperienza ed un nome ai quali si possa riconoscere di aver provato a fare sempre solo cose di qualità. In questo senso vanno anche le scelte del mio primo album: niente è lasciato al caso.

 

A quando risale la prima canzone che hai scritto?

Bella domanda! (ci pensa) Credo a diciotto anni. Prima suonavo il flauto, facevo esperienza in orchestra. Poi ho avuto una band rock, anche se non sapevo neanche cosa fosse il rock…in realtà avevo i capelli lunghissimi e facevo canzone d’autore con la chitarra elettrica in locali abituati al metal, senza molta consapevolezza. Dopo ho suonato con altri musicisti, ma ci ho messo un po’ a capire di essere un cantautore. Fu Enrico de Angelis (responsabile artistico del Club Tenco, ndr) a dirmi: “questo non è rock, tu sei un cantautore!”.

 

Ma che musica ascoltavi?

Nel mio primo walkman, la prima audiocassetta presa dai miei conteneva “La signora” di Lucio Dalla e altri suoi brani. Poi mio padre ascoltava Sergio Bruni mentre si rasava la barba, mia madre invece si metteva al piano a cantare con la sua bellissima voce brani di Gino Paoli, ma anche di Elton John. Insomma, sono sempre stato abituato alla canzone.

 

E nell’arco di questi anni hai acquisito un metodo nel comporre una canzone?

No, no. Io cammino, la penso per strada, torno a casa e la scrivo. Ce l’ho già in mente con la musica. Ho sviluppato una scrittura orizzontale e verticale: con la gola mi canto il basso, con la testa mi scrivo il testo. Quando scrivi una frase, c’è già la musica: devi solo trovare qual è. Inizio ad arrangiarla già in mente, perché bisogna avere le idee chiare ed essere padroni della propria opera. Non si può delegare totalmente, neanche per decidere un’inezia, se all’inizio serve o non serve un riff: è la canzone che te lo chiede.

 

Molti dei tuoi brani sono di carattere schiettamente collettivo e meno autobiografico. Anche in questi casi l’ispirazione ti viene mentre cammini o decidi preventivamente di scrivere una canzone su un determinato argomento?

Non proprio. Capita che un argomento su cui ho esigenza di attuare una dissacrazione mi fa venire in mente una rima, e dalla rima comincia una canzone. Come nel caso di “ma che cos’è questo bicipite qua? Ah-ah!” da cui è nata “La ballata degli uomini duri”, sull’ossessione della palestra e del tenersi in forma. Certo, in questi casi l’esigenza non è arcaica o interiore, ma viene da sollecitazioni esterne. È la risposta ad una provocazione: tu mi dai un calcio, io ti do uno schiaffo! Mi piace dare schiaffi con le canzoni. Poi le provo dal vivo e la gente ride tanto, il che vuol dire che lo schiaffo non lo vorrei dare solo io.

 

Il concerto non è solo un modo per ritornare musicalmente sul tuo repertorio, ma proprio un modo per allargare il tuo discorso artistico.

Sì, perché la musica è solo un pretesto per dire tante altre cose, anche perché tutto sommato il mio live è molto improvvisato. C’è un canovaccio che i ragazzi conoscono, ma che può cambiare da un momento all’altro. Quando eseguo “Lorenzo”, che è una canzoncina banale in cui facciamo ballare le persone (alcune anche sul palco), faccio una provocazione per continuare a comunicare col pubblico, che è una cosa che amo specialmente in teatro.

Inoltre, mi interessa dissacrare anche me stesso come “personaggio” che sta sul palco, dicendo per esempio che non ho voglia di cantare un brano. Dissacrarmi come personaggio, per ritornare persona in mezzo alla gente.

 

A tal proposito, nel booklet del tuo disco hai scritto “in questo mondo fatto di personaggi, spero di giungere nelle vostre case e alle vostre orecchie come persona”. Eppure, in concerto non sei sempre il protagonista dei tuoi brani, ma reciti il ruolo di più personaggi: il palestrato, il regista di teatro sperimentale, il proprietario del locale…

In realtà però questi personaggi sono frutto delle esperienze reali di me come persona. Li interpreto, li dissacro e ritorno subito a me. Alla fine quello che ti ricordi non è il tronista, ma me che prendo in giro il tronista. Non c’è un’interpretazione netta, anche perché non ho la pretesa di essere un attore, sarei presuntuoso: conosco molti attori e so che c’è bisogno di tutt’altro studio! Io faccio il buffone come facevo al liceo, gioco, mi diverto e mi riesce. Sono sempre persona, mai personaggio.

 

Visto che ami la contaminazione, con le altre arti e con gli altri artisti, ti chiedo: con quale artista ti piacerebbe collaborare in futuro?

Bobo Rondelli. Tra tutte le persone dell’ambiente che ho conosciuto, è quello che dissacra davvero come piace a me. Molte cose le ho osservate da lui. Durante il suo live, lui è una vera persona, vedi la sua anima nella sua interezza. Io mi avvicino molto al suo modo di vivere il palco, perché è capace di dissacrare anche se stesso in maniera egregia.

Per quanto riguarda Napoli invece dico Roberto Del Gaudio dei Virtuosi di San Martino: credo che sia uno dei più grandi artisti della nostra città, geniale. Se ci incrociassimo, ci divertiremmo non poco.

 

Che progetti hai per il futuro?

Registrerò un nuovo album. Voglio anche affidarmi ad un altro musicista, anziché avere tutto io sotto controllo. Sarà molto più asciutto, anche perché non mi interessa essere riconosciuto per il sound, ma per quello che dico. Userò tutti i linguaggi che ho conosciuto in questi altri anni, l’eterogeneità sarà ancora più accentuata rispetto al primo disco. Avrò ospiti inimmaginabili, presi non dal mondo intellettuale, ma dal mondo e basta. Più che persone, ospiterò cose, ecco. Non so quanto sarà apprezzato dalla critica, ma voglio arrivare all’estremo del mio discorso e continuarlo.

Infine una domanda creativa: come ti vedi tra dieci anni?

Ah, non mi ci vedo proprio. Mi vedo deceduto con un’opera postuma in uscita! 

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About Antonio Piccolo

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Antonio Piccolo (Napoli, 1987) è un critico e uno studioso di canzone d'autore, oltre che attore e regista di teatro. È membro della giuria del Premio Tenco; fa parte della redazione musical-letteraria del Premio Lunezia. Ha collaborato alla stesura del "Dizionario completo della canzone italiana" (Giunti, 2006), ai volumi "Luigi Tenco. Il mio posto nel mondo" (Rizzoli, 2007) e "Nudi di canzone. Navigando tra i generi della canzone italiana" (Zona, 2010). Per la Bastogi ha pubblicato nel 2007 il saggio "La storia siamo noi. Francesco De Gregori".

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