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Il coraggio di vivere. Intervista al Prof. Roberto Vecchioni

[pullquote_left]«Noi non chiediamo per forza la vita, ma il coraggio di percorrerla.»1[/pullquote_left]

Lo scorso 19 aprile il Teatro Forma di Bari ha ospitato uno dei più grandi cantautori italiani, “Il Prof.” della musica nostrana: Roberto Vecchioni.

Il concerto, organizzato dall’associazione Vivere d’arte, è stato aperto da Pietro Verna, che ha poi ceduto il posto alle lucide note del Professore. Un live, questo di Bari, in cui Vecchioni si è reso maestro della parola, poeta capace di tenere assieme l’intensità di riflessioni personali con la trama del suo canto dolcemente malinconico.

Ha così regalato al pubblico il vento patico della poesia, che si ritrova – come da lui rivelato – non tanto in criptici cieli metafisici, quanto piuttosto nelle pieghe dell’esistenza, nella viscerale quotidianità di splendori e di miserie “umane, troppo umane”.

Prima però di abbandonarmi alle emozioni del concerto, ho raggiunto il Prof. Vecchioni per una breve intervista:

Inizierei – ho esordito – dalla sua ultima fatica, il libro “Il mercante di luce”… – Non è stata, in realtà, una fatica. L’unica fatica de Il mercante di luce è stata come iniziare un libro che avevo in mente da cinquant’ anni, ma poi – quando è partito – è andato liscio ed era quello che io credevo di dover dire, credevo cioè di dover dire che quello che conta è la qualità del tempo, che quello che conta è la capacità di capire il senso del mondo, che quello che conta è il coraggio di vivere. C’è in più l’amore straordinario per la poesia greca.

A questo proposito, è come se nel libro emerga un doppio rapporto: da un lato, la letteratura quale forma di riscatto e di salvezza laica; dall’altro, la letteratura come oblio della vita, considerata nel finale dal protagonista una “patetica ed inutile favola” – Sì – sorride compiaciuto [n.d.r]. Il protagonista per amare la letteratura ha finito col perdere tutto il resto: la moglie, la cattedra, la sua fisicità. Ed allora, alla fine, si pone proprio questa domanda: «Io sono stato dietro un ideale, dietro una bandiera, per poi perdere tutto quello che avevo?».

Dal libro il salto alla musica è breve ed inevitabile. Il suo ultimo album, Io non appartengo più, è stato interpretato da alcuni critici come la traduzione musicale di un suo disimpegno e finanche di una sua nichilistica rassegnazione: c’è questo o v’è, piuttosto, un suo lirico pathos della distanza? – Non c’è assolutamente una forma di nichilismo. E’ che vi sono delle forme di mediocrità, riguardanti anche talune illusioni politiche, che non condivido. Io non posso appartenere alle meschinità ovvie, quelle che ho sempre odiato, ma da parte mia ci sono oggi difficoltà pure a comprendere i movimenti dei sindacati, difficoltà di capire la ribellione che si concretizza in cieca violenza. Non posso appartenere a forme di irrazionalismi come “Il mondo va sfasciato” o “Distruggiamo tutto”.

Mi sopraggiunge in mente – mentre chiudo qui l’intervista – la figura di Aiace. Perché c’è in Vecchioni lo stesso tormento di questo personaggio greco, il tormento della non appartenenza ad un mondo che baratta il coraggio di vivere con la vile sicurezza della sopravvivenza, che preferisce il grigiore quantitativo del tempo all’immensità sorprendente dell’attimo. Un mondo che, in tal modo, non comprende come «non importa quanto si viva, ma con quanta luce dentro, senza rimpiangere e senza piangere.»2

Gabriella Putignano

1 R. Vecchioni, Il mercante di luce, Einaudi, Torino 2014, p. 78.

2 Ivi, p. 14.

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Gabriella Putignano è Laureata in Scienze filosofiche, ha pubblicato “Il grido di vita di Carlo Michelstaedter”, ISBN: 978-88-91018-67-0, 2012.

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