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Iceage – Beyondless: Recensione

In questo 2018 di tuffi nel passato nineties, di nuovo cantautorato italiota e di trap, “Beyondless” degli Iceage è un piccolo miracolo. Formazione giovane (l’età media della band è 26 anni), ma con all’attivo già quattro album, in questa nuova fatica arrivata a quattro anni dal precedente “Plowing Into the Field of Love”, la band danese si stacca, almeno relativamente, dal punk e dal post-punk a cui era stata affiliata, per regalarci dieci canzoni in cui l’influsso del side-project del leader Elias Bender Rønnenfelt, Marching Church, si fa sempre più forte, aggiungendo nuove sonorità, fra il colore dei fiati e del violino e il nero del dark, al romanticismo punk da sempre marchio di fabbrica del gruppo.

L’iniziale Hurrah è una pazza rincorsa nel buio, scalmanata e aggressiva, punk e sexy, illuminata da vampiri ammiccanti vestiti di lustrini. Con la successiva Pain Killer si dà fiato alle trombe, letteralmente (godetevi la magnifica sezione fiati); ospite è Sky Ferreira, che in coppia con Rønnenfelt scalda anima e corpo regalando agli ascoltatori temperature folli. Under the Sun è un blues scuro e pericoloso, i Guns’n’Roses che incontrano Nick Cave: it’s only rock’n’roll, sporco e nero, but we like it. The Day the Music Dies suona come se gli Stooges di “Raw Power” fossero accompagnati dall’Iggy più maturo, quello delle venature jazz di “Preliminaires” e “Après”; Plead the Fifth è una ballad infernale in cui Elias fa il verso al Manson ancora pauroso degli anni Novanta, mentre Catch It è ancora una ballad pericolosa, ma questa volta il nume potrebbe essere l’indimenticabile Johnny Thunders (si gode di un ottimo finale a tinte noise).

Thieves Like Us è un brano molto english, di quella scuola che da Wrapping Paper dei Cream arriva direttamente fino alle serate da pub della coppia Barat/Doherty; Take It All è una suite dark elettrica sullo stile dei Cure del nuovo millennio, quelli di “Bloodflowers” e del disco omonimo; Showtime un pezzo quasi cabaret in cui il buio si fa luce tramite una marcetta marcia e ubriaca Tom Waits style. La title track è un finale rumoristico-bandistico dall’animo epico, eroico e per questo mortifero. Ripeto: un piccolo miracolo.

Andrea Manenti

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