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I figli dell’era del Silenzio

Qui si parlerà di musica e di David Bowie e di ricordi. Se non interessa meglio andare oltre

 

I figli dell’era del Silenzio
Stanno in piedi sul marciapiede
Con gli sguardi vuoti e senza libri
Stanno seduti in fila ai confini della città
giacciono sul letto
percorrendo le loro stanze che
hanno le dimensioni di una cella
si alzano per un anno o due e fanno la guerra
esplorano i loro pensieri di un pollice
poi decidono che non avrebbero dovuto farlo.

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Queste, per i rarissimi che non lo sanno, sono parole di una canzone di David Bowie, ‘Sons of the Silent Age’.
Chiaramente noi viviamo questa Era del Silenzio, circondati da tutti questi rumori di fabbriche, di motori, di videogames, di musica alta pompata dagli altoparlanti dei negozi per ragazzi. Il Silenzio è dentro, negli sguardi vuoti e senza libri e nelle stanze prigioni delle nostre stesse teste.
Io lo so che mi sono salvata. E come me molti altri. Ma non tutti. Ma non tanti.
Quando David Bowie produceva il suo meglio, io o non ero nata o ero una bambina. Sono figlia di una generazione sbagliata e di passaggio. Sono stata giovanissima negli anni Ottanta: guardavo di fronte a me e vedevo l’adorazione dell’oro e del consumo con disappunto, forse salvata dalla mia stessa povertà; e poi guardavo indietro, allo scempio delle morti e del piombo e dell’odio e degli ideali distrutti.
Certo, con gli anni ho capito bene cosa sia stata la Strategia della tensione, eppure il giudizio nei confronti dei fratelli maggiori rimane pasolinianamente severo.
E mi sono chiesta spesso, in questa devastazione, cosa mi abbia salvato. La musica naturalmente. E non è una frase romantica o poetica. Certo: le letture e il cinema e poi anche il teatro, le amicizie intelligenti e costruttive, certo. Tutto questo mi ha salvato interiormente e personalmente.
La musica mi ha salvato socialmente.

Perché è stato grazie a quella che le mie idee hanno trovato riscontro, hanno trovato altre idee per far loro compagnia, hanno trovato chiarezza e legittimizzazione in un mondo dove ogni impegno era vissuto come un gesto ridicolo.
E ancora la musica è stata il veicolo della grande bellezza, dell’amore per il senso delle cose. È stata il linguaggio del cuore, laddove quello della ragione aveva trovato già ogni spazio.
Di musica ce ne sta tanta; la mia ha seguito un percorso che capisco spesso molto diverso da quello di tanti amici che di musica si occupano e di musica vivono.
Io sono la sorella più piccola. I miei fratelli maschi sono un po’ più grandi. Il maggiore è stato il grande procacciatore di musica in casa. Ancora oggi è quello che ne capisce più di tutti.
In quella nostra grande e indimenticata casa dai tanti spifferi, nel centro di Roma, le porte erano senza chiavi e di solito aperte.
Ma lui la chiudeva la sua quando ascoltava musica. E io dalla mia stanza piena di cose e suggestioni (ma mai di peluches per fortuna mia), ascoltavo passiva tutto quello che il suo impianto stereo e la sua ‘Sacra Puntina’, venerata come una Santa Martire, propinavano alle mie orecchie curiose. Anzi, posto che le orecchie possano esserlo, le medesime erano assetate. Quando usciva poi, senza lasciar tracce, mi riascoltavo ‘il meglio di’.

81eVnOh4UJL._SL1300_Un giorno mio fratello ha messo a girare The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars e lì è accaduto.
È accaduto proprio come quando ti innamori davvero la prima volta e tutto sparisce intorno a te. Come inebetita a bocca aperta mi sono messa ad ascoltare dietro la mia porta tutto quello che quel disco insuperato e meraviglioso mi rimandava, miele e malvasia e viaggi tra le stelle.
Non che io ci capissi una parola eh. Ero poco più che una bambina. Avrò avuto al massimo 13 anni; ma sono contenta proprio di questo: di essere una di quelle per cui il senso delle parole in una canzone è meno importante della musica. Non perché questo sia più giusto. Ma soltanto perché per me la musica – da quel momento in poi – è stato un atto d’amore e di passione pura. Il resto viene dopo.
David Bowie mi è sempre piaciuto (Sto ora ascoltando Blackstar che ho appena comprato. È bellissimo). Anche se poi ha avuto quella sua svolta pop negli anni ’80 che una come me in quel momento non poteva certo apprezzare. Dopo ho capito meglio. Ma non voglio qui parlare di elettronica, di Glam Rock e di quello che vi pare.
Voglio invece solo dire che è stato dall’ascolto rubato di quel disco, è stato proprio da lì che ho cominciato a dare forza e rispetto alle mie idee; le musiche sono state tante e il jazz e la musica francese e la canzone d’autore … ora sono arrivata anche ad apprezzare la musica popolare e ancora Organetti Ukuleli e Congas, perché le vie della musica sono infinite..

1976: David Bowie poses for an RCA publicity shot in 1976. (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)
1976: David Bowie poses for an RCA publicity shot in 1976. (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)

Ma Ziggy ha portato mondi in quella mia camera, quando non andavo al mare e restavo bianca come scelta esistenziale e discutevo con le mie amiche di Nietzche e la mia anima Punk trovava il suo spazio. Chiamatela anarchica se preferite. Io preferisco Punk. Lo dico ridendo, come si ride dei passi incerti di un bambino appena nato. Ma quell’anima poi è diventata adulta e forte e viene da lì, anche se ora magari mi piacerebbe prendere la tintarella.
Allora a chi non capisce il perché di tanto trasporto e partecipazione alla notizia di questa morte e questo tanto affannarsi dietro qualcuno che non si conosce… beh, a costoro spiego che non è una operazione Amarcord la nostra. E’ un po’ come quel rito delle messe per ridurre le pene delle anime in purgatorio… un rito che ho trovato sempre terrificante e contro ogni senso… con gli anni anche di questo ho trovato un senso laico. Quando qualcuno con la sua opera ti ha regalato amore bellezza e senso io trovo giusto che ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio ci sia una spinta forte, un’energia speciale che lo accompagni e lo renda più leggero.
Che il sentimento della gratitudine, l’unico grande motore umano, aiuti Ziggy a trovare Major Tom per portarlo via con sé.
Oggi le stelle sì, sono diverse.

Intanto mi chiedo se c’è vita su Marte

(Questa canzone che non fa parte del disco di cui sopra, fa parte della mia personale Top Five: non potevo non metterla)

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