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Dirty Projectors – Lamp Lit Prose: Recensione

A distanza di un anno dall’ultimo omonimo album, tornano in una veste completamente nuova i Dirty Projectors di David Longstreth con il disco “Lamp Lit Prose”. Si potrebbe parlare di una vera e propria rinascita: infatti dopo l’ammutinamento generale dei membri della band e un album funereo e introspettivo che a tutti gli effetti si può definire un album solista, Longstreth si presenta con una band quasi totalmente rivoluzionata (Nat Baldwin e Mike Johnson sono gli unici reduci della line up storica) e una sorprendente vitalità.

Sono tanti gli artisti che collaborano in questo quinto album: già nella canzone d’apertura Right now troviamo la voce di Syd (The Internet) ad accompagnare quella di Longstreth in un pezzo che accoglie molti effetti e incursioni elettroniche, che si riscontrano anche nella traccia Break-Thru, ricordando un po’ i dischi precedenti.

That’s A Lifestyle è una piacevole ballata nella quale si amalgamano bene le voci delle sorelle Haim, mentre in I Feel Energy Longstreth duetta con Amber Mark in un chiaro omaggio a Prince (come in What Is The Time). Di tutt’altra pasta è l’energica e oscura Zombie Conqueror, che contrasta con la leggerezza del soul di Blue Bird e il pop di I Found It In U.

Ascoltando You’re The One ci si ritrova a cantare un bel pezzo folk intorno a un fuoco in compagnia di Robin Pecknold (Fleet Foxes) e Rostam Batmanglij (Vampire Weekend). Chiude l’album (I Wanna) Feel It All, elegante e non banale brano jazz.

Già dal primo ascolto “Lamp Lit Prose” colpisce per la carica ritmica, la freschezza e la solarità dei brani che lo compongono, dando l’impressione di essere un album facile, ma senza tralasciare l’originalità degli arrangiamenti che da sempre caratterizzano la stravagante figura di Longstreth.

Stefano Sordoni

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