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Dipingere la musica: intervista a Franco Ori.

[pullquote_left]«A volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni.» (A. Baricco, Castelli di rabbia)[/pullquote_left]

La bellezza – lo hanno detto tanti eminenti filosofi – non può essere concettualizzata, non può essere ingabbiata dentro parole finite, riduttive ed imprigionanti. Della bellezza si può solo dire che «è» e che irrompe su di noi – fino a trascenderci – con la sua fulgida luce e con la sua grazia insostituibile.
Esattamente questo senso di bellezza mi ha attraversato nel momento in cui ho visto per la prima volta le opere dell’artista modenese Franco Ori. Classe 1961, Franco dipinge soprattutto soggetti legati al mondo della musica: da Jimi Hendrix a Miles Davis, da Fabrizio De André a Claudio Lolli, da Jim Morrison a Patti Smith…
Spinta dalla curiosità e da un profondo interesse per il suo lavoro, ho deciso di contattarlo per una breve intervista.


Franco Ori 04In maniera forse fin troppo banale e scontata, gli ho subito chiesto come sia nata questa idea di dipingere proprio musicisti.
– Lo considero un viaggio alla conoscenza della musica, un viaggio che ho intrapreso circa una decina di anni fa.
Io ho sempre dipinto, ma in un periodo un po’ buio della mia vita la musica mi ha aiutato a superare il disagio che avevo. Visto che avevo già quarant’anni, i miei tentativi di suonare uno strumento fallirono ed allora trovai questo modo per rimanere in tema.
Penso che la musica sia la più potente di tutte le Arti, perché è quella che va direttamente al cuore e ti accompagna come una colonna sonora nascosta. Gli avvenimenti si ancorano sempre a delle musiche/canzoni, che diventano così potentissime e ci permettono di rievocare i nostri momenti di vita.


C’è una musica particolare che in un certo senso ti “ispira” nel tuo lavoro di artista?
– Sicuramente la musica Blues nelle sue varie forme Jazz/Rock/Soul. Devo dire che la massima libertà nel dipingere la raggiungo con Jimi Hendrix. Trovo il suo modo di suonare molto coinvolgente, capace di togliere qualsiasi forma di inibizione. Mi piacciono, comunque, anche tanti altri tipi di musica…la musica per me è come la lettura: a volte inizi un libro e non riesci a proseguire, poi magari – dopo mesi – lo riprendi e lo leggi in un fiato.
Ci tengo a dire che in questa mia ricerca nel mondo della musica alcune volte sono i testi a catturarmi, altre volte le storie dei musicisti.


Dipingi ascoltando musica?
– Ascoltare la musica di chi stai dipingendo per me è indispensabile. Ho iniziato a farlo come sperimentazione all’inizio ed ho capito che è quella forza in più che ti guida a dipingere in un modo piuttosto che in un altro. Mentre sei all’ascolto senti il corpo che, trasportato dalla musica, si muove in maniera diversa, a volte veloce, altre lentamente. E questo in qualche modo penso che vada a finire dentro al dipinto.

Comunque spesso non è solo l’ascolto della musica che mi accompagna, ma per me è fondamentale conoscere la storia di chi sto dipingendo. In alcuni casi in modo anche superficiale, attraverso articoli o interviste; in altri leggendo le biografie. Questo mi porta ad essere davanti alla tela in maniera molto più consapevole.


Usi una tecnica particolare?
– Non so come rispondere. La tecnica è in continua evoluzione: se confronto i miei primi dipinti di musicisti con quelli attuali mi rendo conto di un bel cambiamento.
Ho iniziato dipingendo con una base di colori acrilici a pennello e poi terminavo con i pastelli a olio su pannelli di abete. Ho poi sperimentato la tecnica del collage + acrilici e materiali per arrivare ad ora, dove la tecnica che uso più frequentemente è quella di ricoprire la base della tela con i giornali, dipingere sopra, poi a volte ancora giornali (non so perché, ma i giornali mi affascinano). Potrei dire che il mio modo di dipingere è una continua sperimentazione, dove quello che mi piace rimane e quello che non mi piace lo abbandono. Per esempio le sgocciolature che sono presenti ormai in tutti i miei lavori: sono nate per caso e, mentre succedeva, mi sono accorto che era emozionante….così le ho mantenute.


Franco Ori 05C’è una cosa che mi è piaciuta tantissimo nei tuoi quadri ed è che tu non ritrai semplicemente il cantautore, cercando di riprodurre un’immagine quanto più possibile fedele, ma ne dai una tua interpretazione. Ed è qui che, secondo me, risiede la genialità estetica: tu, da una parte, “incolli” pezzi di giornale o scritte, dall’altra utilizzi un miscuglio di colori. Mi hai ricordato un po’, per il primo aspetto, Jean-Michel Basquiat; per il secondo aspetto Jackson Pollock. O sbaglio? E ci sono altri artisti che ti hanno influenzato?
– Sono onorato dei paragoni che fai. Mi fa piacere che la mia pittura ti trasmetta qualcosa. Penso che in parte sia frutto di quello che dicevo prima sul modo di dipingere.
I miei miti come artisti oltre a Basquiat e a Pollock, che hai già citato, sono anche Caravaggio, Picasso e Mirò. Inoltre negli ultimi anni sono stato molto attratto dagli artisti della Street Art come Shepard Fairey (OBEY), Bansky, Keith Haring. Dalle storie di questi artisti moderni ho preso spunto per impostare il mio lavoro in maniera autonoma, cercando di fare una sorta di street art non in strada.
Ho così iniziato ad andare in manifestazioni musical/culturali a dipingere dal vivo e a produrre merchandising dei miei dipinti (riproduzioni, magneti).


Mentre ringrazio Franco Ori per questo bel “viaggio” fra colori e note, mi viene in mente – come un lampo – un pensiero di un altro grande artista, Emilio Vedova, il quale diceva: «Dipingere vuol dire trovarsi sempre senza fissa dimora, con i diavoli alle spalle che spingono davanti la tua mano, il tuo braccio, tutto il tuo corpo». Credo sia un pensiero che si addica del tutto alla pittura di Franco Ori ed all’esperienza patica che la caratterizza. E con questo mi congedo da lui.

Gabriella Putignano

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Gabriella Putignano è Laureata in Scienze filosofiche, ha pubblicato “Il grido di vita di Carlo Michelstaedter”, ISBN: 978-88-91018-67-0, 2012.

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