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Da riscoprire: la storia di “Theorius Campus” di Venditti/DeGregori

È l’esordio di due cantautori che faranno la storia della musica pop italiana, eppure “Theorius Campus” è citato e ascoltato raramente. In copertina non appaiono né i volti, né i nomi di Antonello Venditti e Francesco De Gregori, che fanno capolino solo sulle etichette del vinile. Si preferisce presentare il progetto usando un nome enigmatico e inventato, una sorta di personaggio leggendario chiamato Theorius Campus. La cover originale riproduce un quadro di metà Ottocento dell’inglese John Everett Millais raffigurante la morte di “Ofelia”, il personaggio dell’“Amleto” di Shakespeare.

Nel 1972 Venditti e De Gregori, poco più che ventenni, sono assidui frequentatori del Folkstudio, a Roma. Giancarlo Cesaroni ha trasformato il locale in Via Garibaldi, nella zona di Trastevere, nel punto di ritrovo di un bel gruppo di folkettari italiani. De Gregori ci arriva portato dal fratello maggiore Luigi Grechi e fa squadra con Venditti, Ernesto Bassignano e Giorgio Lo Cascio, i “quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla” di “Notte prima degli esami”. Si fanno chiamare I Giovani del Folk. Nel suo sito, Bassignano li ricorda così: “Antonello era barbuto, sempre col montgomery, gli occhiali e la paranoia che gli si toccassero i capelli e il culo. Francesco poca o nulla barba, un impermeabile largo del babbo con bavero alla ‘Provaci Sam’, una pipa spenta, tante letture esulcerate e allegoriche, la voglia inesausta di imparare il fingerpicking dal fratello ‘hobo’ Luigi. In più, ‘tirava’ la bocca come il suo mito di Duluth”, vale a dire Bob Dylan.

Giovanna Marini introduce De Gregori e Lo Cascio alla It di Vincenzo Micocci. Si muove qualcosa, si parla di fare un disco, viene incisa una lacca di prova. Quando si tratta di andare in tour in Ungheria, all’epoca oltre la Cortina di ferro, Lo Cascio si tira indietro e viene sostituito da Venditti. Durante il viaggio nascono due canzoni scritte a quattro mani, il ritratto di un pretino “Vocazione 1 e 1/2” e il duetto “In mezzo alla città” che nel libro di Enrico Deregibus “Quello che non so, lo so cantare” De Gregori definisce un tentativo mio “di fare una canzone commerciale con un testo adeguatamente stronzo, e penso sia la più brutta canzone che abbiamo mai scritto, una cosa molto sputtanante, infatti piaceva abbastanza ai discografici, allora”. In alcuni passaggi la canzone strizza l’occhio agli impasti vocali di Simon & Garfunkel, che saranno un riferimento ancora più evidente in “Dolce signora che bruci”, l’altro pezzo di “Theorius Campus” cantato dalla coppia, scritto però dal solo De Gregori.

Micocci ascolta il lavoro dei due e si convince a metterli sotto contratto. Non separatamente, ma assieme. Nasce così l’idea di un album “due al prezzo di uno”, una cosa oggi impensabile, dove Venditti e De Gregori sono affiancati per limitare rischi ed investimenti. Si registra nel giro di una settimana allo Studio 38 di Roma di proprietà di Edoardo Vianello, con il tecnico Massimo Becagli: sei brani di Venditti, quattro di De Gregori e due cantati assieme. Venditti, ammetterà il collega, aveva pezzi più forti e cantava meglio: “Io allora facevo ballate su due accordi”. I musicisti li sceglie Lillo Greco, che con Paolo Dossena è il produttore del 33 giri. Sono per lo più inglesi: Dave Summer (chitarra elettrica), Douglas Meakin (chitarra acustica, compare con il nome Donald Meakin), Michael Brill (basso), Derek Wilson (batteria), più Giorgio Lo Cascio alla chitarra e Maurizio Giammarco al flauto, oltre naturalmente ai due cantautori a chitarra e pianoforte.

A parte due canzoni, “Theorius Campius” non è un disco in cui i due interagiscono, ma un collage di due personalità musicali differenti che convivono. Secondo Dossena, citato da Claudio Fabretti nel libro “Fra le pagine chiare e le pagine scure”, “abbiamo lavorato con convinzione, più mia verso De Gregori e più di Lilli verso Venditti, non è stato un disco vissuto insieme da loro due. Io mi sono ritrovato certe volte solo di notte con De Gregori per lavorare ai suoi pezzi”. I riferimenti sono chiari: Venditti ama Elton John ed esprime in modo sfacciato la propria romanità, De Gregori adora Bob Dylan e Leonard Cohen. Il pezzo forte è “Roma capoccia”, composizione di Venditti con uno degli incipit più celebri della storia della canzone italiana (“Quanto sei bella Roma quand’è sera, quando la luna se specchia dentro ar fontanone”) che diventerà talmente celebre da dare il nome a una successiva ristampa dell’album.

Il pezzo chiave di De Gregori è invece “Signora Aquilone” dove l’autore si cala nei panni del consumato folksinger e intona le parole “Ho scritto canzoni per tutti i dolori, e forse questa qui non è delle migliori”. Come dirà in “Guarda che non sono io”, quel brano fa scattare qualcosa perché “non somigliava a niente. Non c’entrava più De André, che avevo imitato fino all’estenuazione nei miei tentativi precedenti, e non c’entravano le canzoni popolari o quelle politiche che erano un po’ il background nel quale mi muovevo al Folkstudio. ‘Signora Aquilone’ apparteneva solo a me, l’avevo scritta da solo con un inchiostro tutto mio: sentivo che era una canzone importante e che ci sarei rimasto aggrappato”.

Se De Gregori dipinge con la sua voce ancora così giovanile ritratti delicati, ma piazza un’altra canzone decisiva come “La casa del pazzo”, scritta con Lo Cascio, dove si ascoltano suoni di flauto e Moog, Venditti ha dalla sua una vocalità più robusta e una scrittura dai colori più vividi che passa dalla rivolta antiborghese di “Sora rosa” al drammatico trip del 45 giri “Ciao uomo”, vincitore di una Gondola d’argento alla Mostra internazionale di musica leggera di Venezia. L’album della coppia finisce presto nel dimenticatoio, è tutt’oggi un pezzo per cultori, non lo si trova su Spotify. Ma finisce per ispirare un allora giovanissimo Luciano Ligabue: “A 12 anni ho capito che c’era qualcuno che poteva fare le canzoni in modo diverso, erano i cantautori. In particolare ‘Theorius Campus’ di Venditti e De Gregori ha cambiato la mia percezione”.

Il rapporto fra i protagonisti dell’album s’incrinerà, per gelosie e incomprensioni, e i due non collaboreranno più per una ventina d’anni. Dopo “Theorius Campous”, Micocci offre loro un contratto. Secondo quanto scrive il discografico nell’autobiografia “Vincenzo, io ti ammazzerò”, i due tornano a sottoscriverlo uno alla volta: “Per primo firmò Venditti, che già frequentava il nostro studio per qualche provino”. Nel 1973 uno pubblica “L’orso bruno”, l’altro “Alice non lo sa”. È l’inizio di una storia, anzi di due storie fenomenali.

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About Alessandro Calzetta

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Bio: Alessandro Calzetta (Roma, 1971), creatore e direttore del magazine www.bravonline.it è un appassionato di canzone d'autore, grafico pubblicitario (www.grafichemeccaniche.it) e webdesigner di professione (www.alessandrocalzetta.it). E' un componente del gruppo d'ascolto del The Place di Roma. Fa parte della giuria che assegna, ogni anno, le Targhe Tenco. e.mail: info@alessandrocalzetta.it Alessandro su Facebook:

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