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Carmine Torchia – Bene.

Mentre ascoltavo per la prima volta Bene., il nuovo album di Carmine Torchia (Rurale/ Audioglobe) lo vedevo di fronte a me, proprio lui: ho pensato alla sua figura scenica, al suo modo di stare sul palco (chissà nella vita…), al suo modo di ‘indossare’ la chitarra, al suo sguardo perso, come fosse capitato lì, catapultato da un’altra dimensione, da un’altra età, da un altro mondo, magari dal lato oscuro della luna, caro ai Pink Floyd (e su cui ritornerò…); Carmine Torchia si definisce un artista nomade e davvero, a sentirlo in concerto, appare come quel personaggio del film L’Atalante di Jean Vigo, che nella sigla di Fuori Orario – accompagnato dalle note di Patti Smith – sembra emergere come Venere dalle acque e guardandosi attorno non capisce se deve difendersi o ridere di gioia.

Quando si valuta il lavoro musicale di uno come Carmine non basta – secondo me – accendere un lettore e collegare le orecchie con la testa e con il cuore. Non basta valutare il metro e gli arrangiamenti e se i testi son banali, se le sillabe sono al posto giusto. È anche fondamentale vedere come tutto questo si muove, dove va, chi l’accompagna, attraverso quali filtri dell’anima guarda il mondo attorno a sé.

Mi è venuto a mente – per esempio – un altro artista calabrese, Peppe Voltarelli: anche lui, per capirlo davvero devi vederlo e stupirti sopra un palco, devi sentirlo parlare, devi sentirlo ragionare (e qualche volta sragionare), devi assaporarlo nella sua particolare solitudine e inquietudine spesso ‘arraggiata’. Te ne devi innamorare e ti deve andare sui nervi.
Spesso si discute della necessità o meno di seguire i concerti degli artisti per valutarne la produzione discografica. Io non credo – per temperamento e visione della vita – a nulla di assoluto in questo mondo. Credo piuttosto che ognuno faccia storia a sé. E nella fattispecie credo che uno come Carmine Torchia vada visto e ascoltato sul palco, per apprezzare fino in fondo anche il suo lavoro discografico. Che – lo dico a scanso di equivoci – è di pregio; Bene. è un disco accurato e ricco, mai uguale a se stesso, pieno di spunti e di stili e di possibilità future.

Il linguaggio musicale di Carmine Torchia è in divenire: non solo si capisce, ma addirittura è una scelta. Più che una ricerca, potremmo dire un cammino attraverso paesi dalle mille strade. O attraverso le stelle amate dall’Astronomo, canzone struggente che l’artista deve amare particolarmente, se la ripropone quasi come un manifesto. Il manifesto della sua appartenenza alla cosiddetta ‘canzone d’autore’, mentre intanto – qualche traccia più avanti – si diverte con altri suoni, altri generi, altre idee.

Questo appunto permette di immaginare Carmine arrivare dal lato oscuro della luna, dove il sound dei Pink Floyd convive felicemente con il tocco lirico della inquieta vita e della tragica arte di Piero Ciampi. Che Carmine omaggia con il brano che apre il disco: Ma che ne so! Una canzone che non parla di stile musicale e di percorsi poetici, ma di dipendenze, d’amore, di malattia e di vino. Crudamente. Senza veli. E mezzi termini.
Ho chiesto a Carmine perché proprio il poeta livornese e guarda caso mi ha detto che Piero Ciampi non lo puoi acchiappare, etichettare o archiviare: ‘è un non allineato, un uomo e un artista libero… mi dà l’impressione di conoscerlo e soprattutto di comprenderlo’.
Ecco, diciamo che questa risposta non mi ha sorpreso. Così come non sorprende la scelta della copertina, due schiaccianoci che si amano, in vari spazi dell’aria.
‘Mi piaceva l’idea che la parola “bene”, così aerea e imprendibile, fosse contraddetta da un’immagine di forza.’ E, forse – come si rende conto da solo – quei due schiaccianoci mostrano immagini che Carmine stesso – artista eclettico alla ricerca di sé- non riesce a vedere, come la sua musica che arriva dal lato oscuro della luna. O dall’acqua al fondo di un pozzo, che poi altro non è che il ‘Bene’, con la lettera maiuscola.
Ci piace ricordare che questo album – che, come abbiamo già detto, si apre con un ricordo a Ciampi, per proseguire inseguendo tante suggestioni musicali – si conclude con Giorno dopo giorno: un chiaro omaggio ai (qui) citatissimi Pink Floyd, senza che in questo vi sia alcuna contraddizione,ma solo la ricchezza di un’anima che ha deciso di portare tutto con sé, nel suo viaggio.
Va bene così: il disco piace, diverte e convince. L’importante è che – quando sentirà l’impulso di rinunciare a qualcosa – Carmine lo faccia senza rimpianto o paura. Nel frattempo l’unico consiglio che vorrei dare al ‘cantante’, se me lo permette, è di non smettere mai di curare la voce, perché a tratti nel disco ci sembra meno ‘libera’ che nella sua versione live.
Per il resto, tutto Bene.

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