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CamilloCromo – Musica onirica per film immaginari

Non è semplicemente un disco strumentale. Si avvicina ad essere una colonna sonora, ma sicuramente non di un solo film. Musica onirica per film immaginari è più che altro una raccolta, ma non intesa in senso discografico di “All the best” dato che la band toscana Camillocromo è al suo primo lavoro, bensì da pensare come raccolta di spunti musicali che scorrono lungo pellicole tutte da creare nella propria mente. Si lavora di fantasia con questo bel disco, si esercita la creatività interiore o, quantomeno, si allenano i ricordi di film “ascoltati”. Bisogna provare a chiudere gli occhi e proiettare interiormente scene memorabili o del tutto inventate, bisogna provare a immaginare un uomo ed una donna che si parlano da vicino, una città in festa, qualcuno che scola una bottiglia di Vino annacquato, un ladro che sgattaiola via cercando di non farsi vedere, una banda di paese che suona sopra una zattera. C’è molto Kusturica, ovvero Bregovic, nel percorso sonoro dei Camillocromo, come nel caso di Totul Pentru musica e Frei Larks from L.A. (tradizionali riarrangiati dal sestetto), ma non solo: si vede Piovani e si scorge Rota in Birillo, brano di ottima fattura che apre il disco e in cui dopo un inizio lento, dove il limpido clarinetto di Enrico Chiarini sembra proprio ricamare l’andamento zompettante di un Benigni, il tempo si velocizza e si trasforma in uno swing da big band classica ed i fiati intervengono sovrapponendosi in maniera estremamente precisa. Il jazz tra il Dixieland ed il New Orleans è ancora presente in Minor Checco (unico brano dei Camillocromo non firmato dal fisarmonicista Alberto Beccucci, bensì dal trombettista – flicornista Francesco Masi), aperta da un bel walking bass di Matteo Bennici, mentre tango e bossanova si mischiano in Mariannina (dove è presente anche una bella citazione di Brazil) così come in Barcelona, dal sapore “sangue e arena” ed in cui serpeggia una tromba disperata, con qualche accenno vicino addirittura al western morriconiano. Possiamo immaginare, così come ci chiedono i Camillocromo, un languido Banderas come toreador? Un Bigas Luna regista? O forse è ancora più immaginabile un Alberto Sordi nel pieno di un dopocena industriale stile boom anni ’60 in quella Carnavao dagli accenni samba e dal bell’assolo di fisarmonica. E poi, ancora, il ¾ del valzer, spesso in sequenza con momenti di 4/4 come in Bagdad waltz, nella malinconica Fine stagione, nella già citata Frei Larks from L.A. e nella bellissima Vino annacquato, dall’atmosfera musicale e cinematografica legata alla Francia, specie nell’introduzione. Ce n’è di tutti i colori insomma, colori che vengono mescolati con sapienza e virtuosismo mai fine a se stesso, di cui la chiave ultima, la cifra stilistica primaria è proprio il camaleonte continuo, l’improvviso cambio di tempo e di impianto ritmico, lo scambio di leadership tra gli strumentisti, nell’esposizione dei temi. Rumbassalire è forse l’esempio più bello del disco. Il sestetto si sposta con eleganza da una marcetta comica a sonorità balcaniche e, non cedendo alla tentazione modaiola bregoviciana, si sposta nuovamente e definitivamente verso una piacevolissima rumba dal tema molto efficace, così come quello di Buco in uno!, probabilmente il brano più orecchiabile. Pur avendo in generale un background jazzistico e proponendo le strutture dei pezzi con temi, improvvisazioni a turno, scambi con la batteria e ancora esposizione dei temi, il lavoro, riguardo a precisione degli arrangiamenti e compattezza degli interventi, somiglia di più (pur non essendolo, appunto) ad una serie di partiture “classiche”, scritte ed eseguite sotto una severa direzione d’orchestra (straordinario il modo in cui il sestetto sale e scende di “metronomo” all’interno dello stesso pezzo, senza accusare la minima sbavatura). Se ci mettiamo il fatto che l’album è stato inciso in un solo giorno ed interamente in presa diretta live, non possiamo più fare a meno di sottolineare la grandissima competenza dei sei componenti del sestetto che, oltre ad avere una spiccata verve improvvisativa e creativa, godono anche di un ottimo suono riguardo ai loro strumenti. È il caso del meraviglioso clarinetto di Enrico Chiarini, perfetto lungo l’intero disco anche se solo in Barcelona si “apre” anche alle note basse dello strumento, dando ancor più corpo al suo suono. È il caso delle trombe di Francesco Masi e Rodolfo Sarli, che con Chiarini formano una straordinaria sezione “dixie” figlia di un ottimo interplay e che in assolo o nelle esposizioni dei temi riescono ad esprimersi al meglio. Poi c’è ovviamente Alberto Becucci, la mente compositrice della band, che ha scritto temi di grande finezza melodica, ma anche l’ottimo fisarmonicista che diventa straordinario quando si trasforma in piano jazz, appoggiando dolcemente gli accordi di accompagnamento. Da ultima, ma non per ultima, anzi, l’asse portante del gruppo, la base solida che permette questo caleidoscopio di stili e figure, la sezione ritmica del batterista Gabriele Stoppa e del contrabbasista Matteo Bennici che con i loro suoni caldi rendono ancor più onirica l’atmosfera dei viaggi musicali in giro per il mondo dei Camillocromo. Musica onirica per film immaginari è insomma un disco notevolissimo, la cui unica pecca è forse quella di perdere di vista a tratti, pur se in favore del grande bacino di stili e “profumi” che vengono annoverati, la poeticità di alcuni spunti o di alcuni temi. A fronte di una vera e propria lezione di arrangiamento e di esecuzione, lezione che dovrebbero ascoltare una grossa percentuale di band italiane, i “film” stentano a volte a decollare, così variopinti e cangianti. Probabilmente un paio di lente ballad dal sapore melanconico, magari in stile Woody Allen, continuando sulla falsariga cinematografica, avrebbero reso il disco definitivamente inattaccabile. Con ciò non si vuol certo dire che il disco sia macchinoso, tutt’altro. I numerosi scarti ritmici e l’ampia tavolozza utilizzata contengono costantemente una coerenza impressionante, tanto da rendere i brani “semplicemente” scorrevoli dopo i primi ascolti. Sulle prime si apprezzano i momenti in cui il sestetto ci stupisce con “effetti speciali”, quando poi il disco diventa più familiare viene fuori tutta la cultura musicale del sestetto e la pellicola mentale comincia girare con più scioltezza, regalandoci altri ed altri film girati e da girare. Film immaginari come il cromato camaleonte dei Camillocromo ci ricorda. Film da vedere con le orecchie.

copertinacdgrandeCamilloCromo
Musica onirica per film immaginari

2005

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