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Ari Roar – Calm Down: Recensione

“Calm Down” è l’album di debutto di Caleb Campbell, in arte Ari Roar, cantautore di origini texane il cui viaggio all’interno della musica è iniziato a Dallas, precisamente in un garage, dove ha cominciato registrare i suoi primi EP.

Dopo un’infanzia segnata da innumerevoli attacchi di panico, è stata una performance da solista di Jason Schwartz ad aver ispirato Ari Roar, che, rimasto ipnotizzato, ha iniziato a scrivere canzoni quando aveva circa 14 anni.

“Calm Down” è un disco contraddistinto dalla presenza di tracce estremamente brevi, che in media si aggirano attorno al minuto e cinquanta, superando il confine dei due minuti in soli due pezzi su quindici.

Mediante un arrangiamento minimale, che attinge a percussioni e a un riff di chitarra in loop, il suono si amalgama perfettamente con il timbro leggero, e al contempo penetrante, dell’artista. Con un evidente richiamo al pop anni ’60, Windowsill e Lost and Found portano con sé una narrativa leggera e positiva, forse meno evidente in Sock Drawer e Choke. Quest’ultima tratta di un viaggio interiore e presenta una vena morbidamente psichedelica. Tra gli episodi migliori, troviamo ancora Implode, con i suoi toni sensuali e forti influenze garage-pop, lampanti in Called in.

Il cantautore e arrangiatore, assieme al suo produttore Hunter Davidsohn, è riuscito a mescolare all’interno dell’album influenze classiche e moderne, suoni freddi e vibrazioni calde, secchi accordi di chitarra, basso, batteria e un senso di pace e leggerezza. È proprio il tono di voce rassicurante di Ari Roar, mai forzato, che, accompagnato da progressioni armoniche, del tutto prive di fronzoli, trascina l’ascoltatore all’interno di un’atmosfera quasi inebriante.

Camilla Campart

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