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Andrea Tarquini mentre il sole si nasconde.

Quando per la prima volta ho ascoltato l’album di Andrea Tarquini, Reds – tributo a Stefano Rosso, in cinquina per le Targhe Tenco come miglior disco di canzoni non proprie – ho sentito aria di casa.

Casa romana ovviamente, atmosfera romana, accentazione romana, abito romano (e arrangiamento di un ‘americano a Roma’); e non una Roma qualsiasi, magari periferica e un po’ coatta. Niente affatto. Una Roma del Centro piuttosto, di quel mondo che si muove da Via Margutta al Ministero della Pubblica Istruzione (e fa quindi chilometri e chilometri di strada). Una Roma mai autoreferenziale e sempre popolare… ma colta a modo suo. Una Roma piena. Una Roma che certo somiglia al Folkstudio (che se non è più un luogo fisico lo è sicuramente mentale per molti). Ma non bisogna nemmeno credere che sia solo un mondo antico e scomparso, o un letto 26 di lontana memoria.

Perché c’è sempre un’aria di casa immortale in certo parlare scrivere e quindi cantare romano … che poi corrisponde ad un modo di vivere e di esistere (lo accenna pure Piero Brega in una bella canzone, scritta Lontano dal paradiso); e quindi Trastevere è ancora il mondo di Stefano Rosso così come, in qualche modo, sulla Nomentana e a Città giardino il cielo è sempre più blu.

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Quest’aria di casa l’abbiamo ritrovata anche al locale ‘l’Asino che vola’ (Appio Latino… altra storia ancora…), dove Tarquini ha presentato il disco con un foltissimo e sornione gruppo di musicisti di altissima qualità (ma non gli stessi del disco). È stata una conferma di quello che sto tentando di spiegare già da troppe righe e cioè che – a mio parere – è proprio questa ‘aria’ che Andrea ha saputo ri – creare ad essere il valore aggiunto di Reds, un album vivo e vitale (e non sono sempre sinonimi…) in cui quell’ironia romana, per tanti (troppi) svagata e superficiale, risulta quello che è in realtà: la più seria d’Italia. Perché è millenaria eppure attuale, perché è laica e altrettanto cattolica (e la ritrovi al Ghetto…); perché è tragica e proprio per questo se ne ride. Lo Stefano Rosso che ricordo io nella mia giovinezza era proprio questo.

E Andrea Tarquini lo dice chiaro che a Stefano Rosso deve molto. Non solo perché gli ha insegnato a diventare un ‘musicista’ e un chitarrista, ma perché a volte si ha la fortuna di incontrare persone nella vita che ci trasformano in ‘uomini’. C’è un brano nel disco, uno strumentale molto bello – l’unico scritto da Andrea Tarquini – dedicato al cantautore trasteverino. Si chiama Ho capito come. Ed è chiaro che si tratta di un pezzo di dialogo interiore tra i due che non si è mai interrotto. Indiscreta ho chiesto:

Ho capito come. Come si fa? Come si deve? Come facevi? Come va fatto? Come farlo? Come andare? Come tornare? Eccetera

Eh bella domanda, quante domande e quante risposte uno cerca nelle cose che fa, sapere come farle, come non farle, rispondersi alle domande fondamentali sul cosa farò e dove andrò.

…non c’è una strada sola, ce ne sono molte e ciò che “ho capito” è relativo all’unica strada che conosco, ossia che per fare questo mestiere, per fare musica, per raccontare delle storie, ci vuole grande rigore e serietà e poi è necessario conoscere il proprio mondo di riferimento. Il mio è la canzone d’autore con una forte influenza di musica tradizionale americana e di musica acustica in generale.

Stefano Rosso aveva una strada sua diversa dalla mia ma simile. Anzi, magari la strada è la stessa ma solcata in tempi e modi diversi, un po’ come avviene sulla copertina del mio disco, dove ci siamo entrambi su una strada scalcinata, una “crooked road”, archetipo presente in tante canzoni del folk americano.

Le due strade diverse ma parallele si ritrovano in Reds, che è innazitutto una operazione culturale coraggiosa. Molto facilmente Tarquini avrebbe potuto proporci tutto quello che di più noto e ‘mainstream’ c’è di Stefano Rosso. Invece ha scelto uno Stefano Rosso più intimo, più confidenziale, più simile a lui (lo si capisce in canzoni come Milano, dove la storia dei due evidentemente per un attimo si sovrappone). Ci ha proposto uno Stefano Rosso che in una grande festa dice agli amici più cari: ‘questa bottiglia invecchiata ce la beviamo in cucina a porta chiusa solo tra noi (Ho detto bottiglia, non ho detto spinello…)’. Ma questa casa non è a Via della Scala, non è la sua. È la casa di Andrea invece, quella piena di LP americani, costruita in un luogo immaginario sull’Oceano Atlantico.

Quale elemento legato alla musica – qualsiasi cosa sia – quando lo vedi ti fa pensare a Stefano Rosso come la madeleine proustiana?

Naturalmente sono molte le cose che mi fanno pensare a Stefano, ma forse più che le chitarre, più che gli strumenti, sono i dischi, i 33 e i 45 giri. La testimonianza di un’epoca che non c’è più ma preziosa, senza la quale non saremmo qui. E allora guardo queste copertine, questi lavori e spesso ci ritrovo dentro anche una certa ingenuità, una freschezza ed una purezza commoventi.

Fatti i conti con te stesso e il tuo passato a questo punto dove andrai?

In questo periodo molti mi hanno chiesto di fare un secondo tributo a Stefano Rosso, anche perché di buoni brani da ricordare ce ne sarebbero ancora molti. Ma mi pare presto e anche un po’ rischiosa l’idea di connotarsi troppo come “erede” di qualcuno. Quindi farò un disco di canzoni in Italiano scritte da me. Credo che sia importante misurarsi con questo mestiere anche sul piano compositivo e narrativo. Non che fare delle reinterpretazioni sia un mestiere minore, ma sono molto incuriosito, attratto e anche un po’ spaventato (che non guasta) dalla quantità di carne al fuoco che si mette quando si fa un disco di brani propri. Specie se è il primo. E’ un po’ come un viaggio che parte dalla creatività casalinga chitarra e voce e chissà dove porta. Quindi andrò avanti. Ho poi un progetto di musica per il cinema (che avevo iniziato tanto tempo fa) e che, avendo sempre fatto musica strumentale, vorrei recuperare. Insomma siamo in viaggio, e la strada è scalcinata.

In attesa di queste novità completamente firmate Tarquini, ricordo alcuni dati fondamentali che ho fino ad ora trascurato. L’album è prodotto artisticamente da Paolo Giovenchi, chitarrista di Francesco De Gregori -e si sente – dove suona la chitarra acustica e il basso. C’è anche la chitarra acustica di quel grande maestro che è Beppe Gambetta, la chitarra manouche di Daniele Grigolin; si ‘sente’ anche tanto il mandolino di Carlo Aonzo; ricordo anche Luca Velotti al clarinetto, Anchise Bolchi al violino e Luigi “Grechi” De Gregori, voce nel brano d’apertura (bellissimo) E intanto il sole si nasconde. Da non perdere l’inedito C’è un vecchio bar, vera chicca del disco, perché mai inciso da Stefano Rosso e perché c’è proprio tutta quella Roma là, quella che non muore.

Forse non ho detto proprio tutto. Ma s’accontentamo.

Elisabetta Malantrucco

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