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Vita di un suonatore di chitarra – “Tretrecinque” – il romanzo di Ivano Fossati.

Davide Favia

Può accadere che alla fine Ivano Fossati cambi davvero casa, come canta in una vecchia canzone. Che vuol dire un po’ cambiare mestiere in realtà. Sì, perché mettersi a scrivere romanzi è tutt’altra cosa che comporre versi e musica per canzoni. E’ un po’ come quando lasci il posto dove hai abitato a lungo, l’ ambiente che hai frequentato quarant’anni della tua vita e che conosci fino al più remoto angolo, per andare in un luogo completamente diverso, un mondo nuovo che richiede altre regole ed attenzioni, che devi imparare in fretta per poterci vivere bene.

Durante la presentazione del suo romanzo “Tretrecinque” da poco pubblicato dalla Einaudi Stile Libero Big, con cui fa il suo esordio nella narrativa, Fossati spiega quelle che sono, a suo parere, le differenze tra il comporre i versi di una canzone e lo scrivere invece un romanzo.

Egli afferma che è un mestiere totalmente diverso da quello precedente, perché scrivere una canzone è fare una sintesi di un pensiero, di un modo di vedere e interpretare la vita e il mondo, lasciando spazio dopo ad una interpretazione personale di chi ascolta, che può cogliere sfumature e significati diversi di quel testo, che vanno spesso oltre le intenzioni dell’autore.

Ben diverso è invece scrivere un romanzo, dove c’è una visione più oggettiva dei fatti e degli accadimenti narrati, laddove la ricchezza di dettagli narrativi e di particolari, lascia sicuramente minor spazio all’immaginazione del lettore.

E poi, quando si scrive un romanzo devi monitorare i ritmi del racconto e la temperatura della narrazione che non può essere sempre costante, perchè come afferma l’autore “hai bisogno che il racconto respiri, è un po’ come una corsa, dove non puoi tenere sempre la stessa andatura per tutta la gara”, tutte cose con cui Fossati si è dovuto misurare di recente.

Ivano-Fossati-Tretrecinque-400x600L’idea di partenza del romanzo gli arriva dal passato. Agli inizi degli anni 70, appena conclusasi la sua esperienza con i Delirium collaborò per qualche anno con un chitarrista che gli raccontò di viaggiare spesso in Cornovaglia per andare a suonare. Pare ci fosse un interessante giro di lavoro per le orchestrine negli alberghi e che questa opportunità fosse stata aperta dai camerieri. Gli orchestrali erano arrivati fin lì grazie a loro. Su questo spunto narrativo che lo appassiona ed incuriosisce, Fossati fa le sue ricerche, si documenta e decide di cominciare la scrittura del suo romanzo, che vuole mantenere come “un totale esercizio di fantasia”, senza quindi alcun riferimento autobiografico.

E di fatti da raccontare ne ha tanti Vittorio Vicenti, il protagonista di questo lungo romanzo, la storia di una vita che attraversa un arco temporale che parte dalla metà degli anni ‘50 per finire nel XXI secolo, con la sua inseparabile chitarra modello Gibson ES 335, che è l’astronave su cui viaggerà nel tempo e nello spazio e che lo scaglierà da un “nulla” tra la periferia di Vercelli e Olcenengo nel Piemonte, in quel “ middle di nowhere” dove Vittorio nasce, fino ad un altro “nulla” come le Red Lands della Florida, a sud di Miami, passando da Brighton in Inghilterra.

Vittorio Vicenti vivrà una esistenza costantemente attraversante gli eventi importanti del mondo, che in qualche modo lo sfioreranno, ma non lo toccheranno mai davvero fino in fondo, la sua sarà una vita sempre “fuori sincrono”, condannato alla provincia ovunque si trovi.

L’ avventura musicale all’estero di Vittorio avrà inizio alla fine degli anni ‘50 in Cornovaglia, dove viene chiamato a suonare la chitarra in una orchestrina negli alberghi, ad eseguire gli standard e i ballabili dell’epoca, oltre ai classici della tradizione italiana come “O’ sole mio” e “Luna Rossa”.

Dopo alcuni anni di esperienza a Brighton, Vittorio riceverà una vantaggiosa proposta economica per andare a suonare negli Usa e proprio negli States diventerà “Vic Vincent” grande virtuoso della sua chitarra, una Gibson 335, che suona ad una velocità tale da stupire un pubblico facilmente impressionabile. Inizierà la sua vita da musicista professionista, di artista da balera.

Ammettiamolo, leggendo le brevi note del risvolto di copertina del libro è facile e persino ovvio pensare ad un racconto autobiografico. Le cose non stanno esattamente così. L’autore ci tiene a sottolineare che lui non c’entra con il protagonista e che anzi, ogni qualvolta si accorgeva che stava scrivendo appena un pò di sé, tornava immediatamente sui suoi passi eliminando ogni possibile traccia o riferimento al suo vissuto.

La musica, che è stata e che resta, nonostante tutto, parte del mondo di Fossati, è presente naturalmente, ma resta sullo sfondo, è lo scenario che scandisce il tempo e gli anni nel romanzo, una musica che si evolve e che cambia, quasi a voler accompagnare i mutamenti del nostro paese.

Il racconto in realtà è incentrato su Vittorio Vicenti/Vic Vincent, sulla sua vita e i suoi sentimenti, racconta delle debolezze del protagonista, distratto sia come padre che come figlio, del suo coraggio di non avere mai timore delle distanze, non soltanto geografiche, ma anche dei sentimenti. “Non è la distanza che separa le cose” farà dire l’autore al suo protagonista, ma “quello da cui ti lasci assorbire giorno dopo giorno, che ti rintrona come una anestesia e ti fa vedere solo le cose che hai davanti agli occhi”.

Ci puoi trovare l’ amore del protagonista per le donne importanti della sua vita e la fine di queste storie, “la meraviglia poco a poco scolorisce e poi improvvisamente si rompe”, l’ostinazione con cui Vittorio cerca di mantenere un contatto con un figlio abbandonato troppo presto per andare a suonare in giro per il mondo.

Una caratteristica di Vittorio Vicenti è quella della paura di volare con la mente, fosse solo per un salto di pochi metri; lui vuole soltanto essere quello che crede di essere: l’uomo “leggero”, a cui riesce anche di elevarsi qualche volta con un pensiero più profondo, ma che si preoccupa di far atterrare e uccidere subito dopo con una battuta fulminante.

Il suo poi è un modo di “vedere” la musica quasi sotterraneo, quella visione dal basso che è un atteggiamento comune a tanti suonatori di orchestra del tempo, tipica di chi non si aspetterebbe mai che un giorno la grandezza ed il successo possano investirli, facendoli diventare delle rockstar. In realtà Vittorio, così come i suoi compagni, non desideravano forse nemmeno esserlo.

Fossati afferma di non sentirsi uno scrittore, ma piuttosto un narratore che nella sua vita ha letto tanto e questo gli ha permesso di scrivere questa storia come farebbe un lettore, con la curiosità di chi non vede l’ora di mettersi a raccontarla, ansioso di vedere cosa accadrà ai suoi protagonisti, senza che lui stesso sappia già in partenza dove arriverà, senza niente di costruito a tavolino, cercando di riuscire nell’intento di commuoversi e magari divertire sé stesso scrivendo e sperare di riuscire a farlo anche con il lettore.

E’ una storia che, pur non essendo autobiografica, presenta comunque punti di contatto che accomunano il protagonista Vittorio Vicenti all’ autore. Abbiamo accennato alla musica. Entrambi possiedono una Gibson ES 335, la rossa chitarra il cui numero da il titolo al romanzo, tutti e due reagiscono allo stesso modo nel vedere le cose che cambiano con il tempo; come quando Ivano fa dire al suo personaggio “Io soffro nel vedere le cose che cambiano, come cambiano le canzoni o le rughe sui volti delle persone”. Ecco, in quel momento Vittorio assomiglia a Fossati, ma mentre Ivano afferma di reagire e di provare a sforzarsi di accettare la cosa, il suo personaggio invece si lascia andare, si lascia scivolare dalla vita. Ma “vivere nel mondo non è atterrare negli aeroporti e usare carte di credito, vivere significa vedere cambiare le persone che abbiamo vicino. E’ questo il conto da pagare giorno dopo giorno e la forza che bisogna avere” .

Un’altra traccia lasciata dall’autore è Genova, la città ligure dove è nato, ritratta negli anni ‘70, una Genova buia e notturna, i cui vicoli saranno attraversati dal protagonista nel corso del racconto. Ma perché spostare l’azione proprio nel capoluogo ligure? Per un semplice atto d’ amore di Fossati verso la città natale ? Non solo per questo.

Avere come protagonista un ligure, magari proprio un genovese, probabilmente sarebbe risultato scomodo per Fossati, specie se l’intento dell’autore era quello di non scrivere una autobiografia.

Il suo Vittorio Vicenti è, tuttavia, uno dei tanti “cugini” piemontesi che Fossati conosce bene, e che può permettersi di raccontare. Quei piemontesi che nel cuore hanno il desiderio di abbandonare ogni tanto il panorama delle colline delle Langhe e del Monferrato per scendere verso il mare, quel mare che si inizia a pensare e a sentire appena ci si mette in viaggio, e che ti sorprende quando appare “dietro una curva, improvvisamente”, quasi come un miracolo.

Un moto dell’animo e un sentire che il cantautore astigiano Paolo Conte riesce a descrivere molto bene nei versi della sua canzone “ Genova per noi”.

“Genova per noi/che stiamo in fondo alla campagna/e abbiamo il sole in piazza rare volte/e il resto è pioggia che ci bagna/ e anche se magari a loro piemontesi “quel mare scuro gli fa paura/che non sta fermo mai”, è forte comunque il desiderio di avere davanti agli occhi un orizzonte libero, una propria terrazza sul mare, o solamente uno spazio dove poter liberare lo sguardo.

Fossati è affezionato al suo personaggio, cerca di far comprende le ragioni che lo muovono e se, come dichiara, il suo fine è quello di farlo assolvere dal lettore, potremmo dire che raggiunge lo scopo.

Perché per fortuna a Vittorio Vincenti non fa difetto almeno un po’ di stile. Quello stile che gli impedirà al termine del racconto, di oltrepassare il confine che demarca il senso del ridicolo, riuscendosi a fermare in tempo, quando si renderà conto che la sua vita avrebbe potuto essere vissuta in altro modo, quando capisce che “per certe cose” è ormai tardi.

Sarà quello probabilmente il momento del riscatto del protagonista, la cui vita non è stata inutile come poteva pensare.

Il personaggio di Vittorio Vicenti risulta, a nostro parere, davvero credibile nella sua umanità, nei suoi errori e debolezze, nella ostinata determinazione di voler lasciare una traccia, “una fotografia” dei suoi anni e del suo passato, scrivendo la sua storia per suo nipote Giulio e suo figlio Alan, prima che “i ricordi evaporino come la pioggia sulle pietre”, un raccontarsi che può voler significare una richiesta implicita di perdono per la sua assenza.

Ci è piaciuto il suo racconto e la costruzione della storia che riesce ad afferrare e tenere il lettore incollato ad ogni pagina. Ci ha convinto anche quel modo di innestare i personaggi costruendo la loro psicologia e i caratteri poco per volta. L’autore è sembrato a suo agio anche sul passo lungo del romanzo, dove i rischi possono davvero nascondersi in ogni angolo.

C’è una sincerità di scrittura, una emotività del racconto che può derivare solo dal grande entusiasmo dell’autore e dalla sua rinnovata voglia di tuffarsi con passione in questa nuova avventura.

Il viaggio, lo sappiamo bene, è un tema ricorrente nella discografia di Fossati e lui, come del resto il suo personaggio Vittorio, un viaggiatore lo è sempre stato, alla continua ricerca di nuove rotte e percorsi da inseguire. E questo suo nuovo “mestiere” di narratore che lo ha già portato a visitare i luoghi del racconto, probabilmente lo condurrà di nuovo lontano, verso un altro approdo, un viaggio che potrebbe riservare ancora grandi sorprese e soddisfazioni per sé e per i suoi lettori.

Perché passare dalla musica alla narrativa è certamente un gran bel salto, un rischio per taluni versi, ma può voler dire anche “un abbraccio diverso”, quello di cui probabilmente Ivano Fossati sentiva più il bisogno per poter ripartire, perchè a volte “cambiare casa e orizzonte e cambiare il tempo ed il modo di vedere” può farti davvero bene.

About davide favia

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Il mio cuore batte da sempre per la buona musica d’Autore. Da quando intravidi, tantissimi anni fa ormai, in un programma Tv, Francesco De Gregori, sì proprio lui, il Principe, imbracciare la chitarra e intonare “Generale, dietro la collina..” fu subito colpo di fulmine, amore a prima vista. Il primo vinile acquistato fu “Viva l’Italia” ed il mio primo concerto il mitico “Banana Republic” al vecchio stadio “Delle Vittorie” di Bari, la mia città, al seguito di mia sorella maggiore e di alcune cugine appassionate di buona musica. Continuai imperterrito a percorrere, attraverso gli anni, i sentieri del cantautorato nostrano con l’ascolto della musica che proveniva dalle frequenze delle diverse radio libere del tempo, di cui mi nutrivo avidamente e con l’acquisto di dischi e andando ai concerti, quando il budget assai ridotto me lo permetteva, provando a saziare la mia fame attraverso la lettura di tante riviste (internet era lontana anni luce!) e di libri sul tema.

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