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Quel”(l)’abitudine di tornare” tanto attesa. – Recensione del disco di Carmen Consoli

– a cura di Davide Favia

[pullquote_left]Cinque anni di lontananza dalla scene musicali rappresentano, in un mercato discografico come il nostro, una assoluta anomalia, che mal si concilia in un mondo popolato da “artisti” o aspiranti tali, dominati da una voglia di apparire ad ogni costo, fosse solo per un selfie nella loro casa di campagna, in posa sorridenti in compagnia del proprio cane.[/pullquote_left]

Ma chi conosce appena un pò meglio la cantante catanese non sarà rimasto poi così sorpreso di questo suo lungo periodo di assenza dalle scene che risale al 2009; anno che vide la pubblicazione del suo album, “Elettra”,  un autentico gioiello che le valse la vittoria della prestigiosa Targa Tenco edizione 2010, traguardo mai raggiunto fino ad allora da una artista donna.

Ma se qualcuno stesse ora pensando che il suo lungo periodo di silenzio  possa esser dovuto al peso psicologico di dover scrivere un lavoro all’altezza del precedente si sbaglia di grosso.

“L’abitudine di tornare” è stato scritto, come ha ammesso la stessa artista, nei mesi di luglio e agosto della scorsa estate;  a settembre poi e’ entrata in studio per registrare l’album. In questi cinque anni come ha raccontato, ha semplicemente vissuto la sua vita, occupandosi delle “cose di famigghia”,  fondando una sua etichetta discografica e suonando il basso nel disco del suo amico Luca Madonia, stando in mezzo alla gente o vivendo l’immensa gioia della maternità.

Tutte cose che prima non aveva avuto il tempo di fare e che si è potuta finalmente concedere. Vivere la quotidianità, la vita di ogni giorno,  può essere una esperienza di per sé già straordinaria, senza che la si debba poi condividere necessariamente con qualcuno su di un social.

La vita vera può essere molto più eccitante, meglio esserci nel mondo reale e in mezzo alla gente a cui puoi rivolgerti guardandoti negli occhi.

Se gli occhi di chi guarda sono poi quelli di Carmen Consoli tutto viene filtrato attraverso la sua sensibilità artistica o di “cronista” come lei si è definita e le dieci tracce che compongono questo suo nuovo lavoro finiscono per essere dei ritratti, fotografie del nostro paese, di una Italia all’apparenza un pò suonata, simile a un vecchio pugile a bordo ring, che vacilla e sta quasi per cadere. Un paese che invecchia a vista d’occhio, abbandonato dai suoi figli e dove latita sempre più una coscienza sociale, ma ancor più latita l’uomo (onesto).

carmen-620x620Dieci tracce dunque in un disco che parla di sbarchi di clandestini, del cinismo dei media e della coscienza (loro ce l’hanno) e solidarietà dei pescatori (La notte più lunga), o di femminicidio come in (La signora del quinto piano), brano che si discosta dagli altri per il suo arrangiamento più rock ed elettronico, oppure della profonda crisi economica che ha devastato le nostre famiglie (E forse un giorno), o di tematiche omosessuali e di scelte da farsi davanti al bivio dell’adolescenza  (Ottobre).

 C’è il romanticismo di “San Valentino” e di “Oceani deserti”; quest’ultima scritta assieme all’amico Maz Gazzè, le vicende di mafia (Esercito silente, brano dedicato a Palermo); è presente l’amore che si nutre di menzogne come nel brano che dà il titolo all’album, o l’ironica “Sintonia imperfetta”, dove è presente anche un chiaro omaggio al tenore Ferruccio Tagliavini e al suo classico“Voglio vivere così” .

L’album si conclude con la poetica “Questa piccola magia”, canzone dedicata da Carmen a suo figlio, nato due anni fa, un brano in cui lo sguardo dell’Artista può finalmente sciogliersi in tutta la sua dolcezza, in una sorta di tenera ninna nanna dove pare finalmente di riuscire a scorgere un posto, un luogo dove poter vivere e godere di quel po’ di felicità che può cominciarsi finalmente a pensare e a sperare.

Un lavoro sicuramente di grande spessore questo dell’Artista catanese. La sua scrittura ha guadagnato negli anni sempre più in qualità e le parole non appaiono mai messe a caso.

La voce Carmen riesce a essere a tratti sofisticata ed eterea, passando poi con disinvoltura a tonalità e sfumature ironiche e dissacranti; il rock degli esordi, che resta patrimonio del suo DNA artistico, ha lasciato, col passare degli anni, maggior spazio a raffinate aperture melodiche e atmosfere più delicate, che stridono a volte, volutamente, con le tematiche affrontate nei suoi testi.

Quello che resta è indiscutibilmente, la classe cristallina di una Artista che vive con i piedi ben piantati in terra, meravigliosamente fuori dagli schemi e dalle regole dello show business.

Poetessa e cantrice di un mondo che ama, e che per questo, senza volerlo giudicare, stenta a volte a riconoscere.

E chissà poi se alla fine il suo canto sia più estro, ingegno o semplicemente poesia. Noi ascoltando il suo disco una idea ce la siamo fatta. Anzi di più, è una certezza.
Bentornata Carmen.

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Il mio cuore batte da sempre per la buona musica d’Autore. Da quando intravidi, tantissimi anni fa ormai, in un programma Tv, Francesco De Gregori, sì proprio lui, il Principe, imbracciare la chitarra e intonare “Generale, dietro la collina..” fu subito colpo di fulmine, amore a prima vista. Il primo vinile acquistato fu “Viva l’Italia” ed il mio primo concerto il mitico “Banana Republic” al vecchio stadio “Delle Vittorie” di Bari, la mia città, al seguito di mia sorella maggiore e di alcune cugine appassionate di buona musica. Continuai imperterrito a percorrere, attraverso gli anni, i sentieri del cantautorato nostrano con l’ascolto della musica che proveniva dalle frequenze delle diverse radio libere del tempo, di cui mi nutrivo avidamente e con l’acquisto di dischi e andando ai concerti, quando il budget assai ridotto me lo permetteva, provando a saziare la mia fame attraverso la lettura di tante riviste (internet era lontana anni luce!) e di libri sul tema.

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