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Quando i bianchi hanno trovato l’America

(m.a) Quando i bianchi hanno trovato l’AMERICA, vi si sono stabiliti ed hanno cominciato a costruire le loro case ed i primi grattacieli, hanno iniziato ad imitare in fretta e senza difficoltà quello che dopo secoli era nato in Europa. Una nuova terra di plastica e cemento, praticità e velocità, ecco quello che ci voleva. Così, tra le altre cose, presero dei negri dalle loro vastità africane e li utilizzarono come le macchine, per fare più in fretta e con minore spesa. Ma c’era una cosa che difficilmente puoi costruire in fretta, con le macchine, e che i negri allora avevano in quantità: la fantasia. Perché i negri erano poveri e i bianchi ricchi ma avidi e aridi. E, si sa, quando non hai una cosa che ci sogni sopra, poi quando ce l’hai non è più così bella; i bianchi avevano già tutto, così non restava loro che speculare sui negri che segretamente invidiavano, perché ancora capaci di sognare e di chiamare realtà i loro sogni; per questo motivo erano più liberi di loro. E così cercavano di farli sentire sempre più schiavi, perché la fantasia dei negri faceva sentire schiavi loro. Ricordando Easy Rider, la notte col fuoco e una voce parlava…”prova a dire ad un uomo che non è libero e quello si metterà ad uccidere e a fare stragi per dimostrarti che lo è”. E fu Martin Luther King a dire che nessuno è schiavo se non la pensa da schiavo …

Tutto questo in un libro degli anni settanta “Spettri di New Orleans”, che è una raccolta di racconti della prima letteratura dei negri e del folklore. La prima parte, forse la più bella è un enorme quadro naïf che riempie di tenerezza e che si legge con molto amore; leggendo si vedono bambini negri che si rincorrono a vicenda su campi di sole e gente che lavora la terra cantando con molta fede e con tutto il loro semplice animo. Non ci si stupisce quando  quel gruppo di gente colorata sta volando, laggiù verso l’Est dove il cielo è più chiaro e se quel coniglio è rimasto attaccato al pupazzo di pece preparato dagli altri animali per spaventarlo. In un altro angolo c’è la storia di Adamo ed Eva vista sotto una luce completamente nuova, dove il Signore è una specie di vicino-papà buono, molto vecchio e comprensivo, forse anche un po’ sbadato, come tutti i vecchi buoni e comprensivi, e il demonio un ottimo consigliere della donna. E poi le profezie dello zio John, il furbo Buck che acquista la libertà, la forza di Big Sixteen che cattura perfino il diavolo. E dietro a tutto ciò, le frustate e gli sfruttamenti e le miserie dei bianchi, ma verso i quali non c’è il minimo sentimento di odio o di rancore, non c’è la rabbia che è tipica dei padroni, ma tutto è visto con la spontaneità e l’ingenuità di un bambino: nei cuori e negli occhi neri di notte c’è ancora l’Africa e una vita semplice e pura, i colori sono ancora intatti ed i sentimenti vibranti. Proprio come nei primi, veri blues. Eppure è proprio questa la parte del libro dove la verità è più evidente e l’accusa più alta, in quei piccoli sogni di negro giocati nella luce e nella saggezza antica di tradizioni vecchie di millenni ancora ben lucide e vive attraverso il Kharma dei padri. Qui dove lo schiaffo e ricambiato con un sorriso c’è la denuncia maggiore.

Ma ben presto i bianchi si accorsero che frustate ed uccisioni non riuscivano e non sarebbero mai riuscite a distruggere la loro fantasia, la loro libertà e bellezza; non c’era nulla da fare, quella gente così non moriva. Così pensarono di usare contro di loro la stessa arma che aveva reso i bianchi stupidi ed incolori: il “Denaro”. Così come avevano fatto per gli Indiani, avvinazzati, comprati e costretti a fare le “pittoresche e folkloristiche danze della pioggia” per i turisti dall’occhio a forma di obbiettivo e con un cervello elettronico al posto del cuore, gli ex padroni cercano ora di inglobare i negri nella loro marcia società.

E di tutto questo ti accorgi fin dal primo racconto, dove il bianco mette il negro comprato contro o quasi il negro ancora puro; e dove la moglie degli anni verdi, di Charles Chesnutt, è una donnina dai riccioli bianchi e dalla pelle nera e dai movimenti un po’ buffi ma sincera ed umile, che per venticinque anni ha cercato l’uomo che da giovane aveva sposato, un uomo con la pelle un poco più chiara della sua che era fuggito dalla piantagione al tempo della guerra con il Sud e Nord. Ma ora quell’uomo, divenuto colto e raffinato, faceva parte di una specie di circolo a sfondo sociale e culturale, una specie di èlite di gente che più bianca, era, meglio era accettata. La stessa situazione in “Volo di ritorno” di Ralph Ellison, per finire con Colleen Williams, c’è sempre speranza, che potrebbe essere benissimo una qualunque scrittrice di oggi, brava, ma senza nulla di particolare: il processo di inglobamento è compiuto. La società-pressa-stampino, che tende ad eliminare l’individuo per farlo simile alle macchine che produce (sono più pratiche e non sporcano), vigila che tutto sia normale e che nulla che scosti da quella normale e che nulla si scosti da questa normale, collettiva PAZZIA. Ma è venuto il tempo di coloro che si sentono neri e rossi e gialli e viola, dentro, e che credono alle favole e danno nomi nuovi ai colori e dipingono di bianco le loro anime. E’ venuta l’ora di volare lontano verso l’Est dove il cielo è più chiaro, fratelli, e di dormire sui prati aspettando albe vigorose e nuove e riscoprire il senso di ogni cosa e di mostrare sorridendo al mondo che i tempi stanno cambiando. E se leggerete questo libro vi accorgerete che abbiamo ancora la forza di dipingere tutti insieme un quadro grande come il mondo e di raccontare ancora ai nostri bambini la storia dei negri volanti del vecchio Gaesar Grant, carrettiere e bracciante. 


About Gloria Berloso

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Sono nata a Gorizia il 17 dicembre 1955, piccola città del Friuli Venezia Giulia. Attualmente vivo in un piccolo paese in campagna. Fin da bambina ho ascoltato la musica attraverso i dischi che mio padre faceva arrivare d’oltre oceano. A metà degli anni ’80 per la predisposizione ad organizzare eventi e concerti ho iniziato a concretizzare dei progetti. ovvero la creazione di festival rock dove far esibire complessi emergenti. La mia casa è stata un punto d’incontro per tantissimi giovani e il deposito temporaneo dei loro strumenti.. In seguito molti hanno copiato questa iniziativa. Ho collaborato con alcuni artisti di ottimo livello ed organizzato manifestazioni teatrali curandone la direzione artistica, la presentazione e la critica giornalistica. Attualmente collaboro solo ed unicamente per pura passione con artisti che in me hanno fiducia e per un legame di bella e spontanea amicizia.

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