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“Musica per un incendio” (di passione) – Il nuovo disco di Mario Castelnuovo.

 A cura di Davide Favia

Vi ricordate di Mario Castelnuovo?  Se chi sta leggendo è tra quelli che andava a letto subito dopo Carosello probabilmente avrà memoria di un lontano Sanremo del 1982, quando “il cavaliere giovane” apparve sul palco avvolto da un aura di mistero e cominciò a cantare, come stesse recitando un mantra, di luoghi popolati da cavalieri e preti, di Cristi a Follonica e topi sull’edera. Un testo, quello di “Sette fili di canapa”, pieno di allegorie e di simboli misteriosi, di grande impatto e fascino già al primo ascolto. Castelnuovo sembrava esser saltato fuori dalle pagine di uno di quei romanzi di cappa e spada alla Dumas; di bell’aspetto e dotato di una voce piena e profonda da chansonnier che raccontava le sue storie, e dava l’impressione in qualche modo che quelle storie le stesse dipingendo come in un quadro. Suo padre, in realtà, pittore lo era per davvero, mentre lui, pur essendone appassionato, la considerava soltanto un hobby.
Due anni dopo quella performance Mario Castelnuovo conobbe il grande successo e la popolarità presentando, sempre a Sanremo, la struggente storia d’amore di “Nina”, ambientata negli anni della seconda guerra mondiale e il cui testo è ispirato alle reali vicende dei suoi genitori conosciutisi durante il conflitto.
Quando l’anno dopo cominciò a lavorare al nuovo disco accadde che nella sua etichetta discografica qualcuno avrebbe voluto che il nuovo album somigliasse al precente, una sorta di “Nina 2” per intenderci, giusto per non rischiar nulla. Mario a quel punto non accettò di piegarsi a mere logiche di profitto e di classifica; non avrebbe mai svilito la sua arte solo per far quattrini.
E così venne fuori nel 1985 con “E’ Piazza del Campo”, un disco registrato in prevalenza in acustico e senza uso di percussioni, che non ricevette alcuna spinta promozionale da parte della Rca. Un lavoro coraggioso, in un epoca che stava salutando la golden age del cantautorato italiano e strizzava l’occhio all’elettronica e alla new wave. Una scelta controcorrente questa che Castelnuovo probabilmente pagò in termini di visibilità mediatica ma che non gli impedì comunque di continuare il suo percorso d’autore ed esprimere la sua cifra poetica e musicale con lavori di grande spessore autorale, mettendo la penna al servizio anche di altri colleghi come la cantautrice Paola Turci, per la quale insieme all’amico fraterno Gaio Chiocchio, scomparso prematuramente, scrisse alcuni brani di notevole intensità.
Facciamo adesso un salto temporale in avanti a bordo della nostra immaginaria macchina del tempo e arriviamo al 2005. In quell’anno Mario Castelnuovo pubblicò il suo penultimo album, quel lavoro si chiamava “Come erano venute buone le ciliegie nella primavera del ’42”, titolo davvero ispirato, di quelli che però ti aspetti di leggere più sulla copertina di un libro che su quella di un disco. E difatti alcuni anni più tardi un romanzo finirà per scriverlo per davvero, facendo il suo esordio narrativo nel 2009 con “Il badante di Che Guevara”.
Oggi, a quasi nove anni di distanza dal disco precedente, esce finalmente, distribuito dalla Egea Music, “Musica per un incendio” , un lavoro che interrompe finalmente la lunga attesa dei fan e di tanti appassionati di musica d’autore. E’ un album contenente dodici tracce e dedicato interamente alla memoria di Lilli Greco, scomparso poco più di un anno fa. Produttore discografico dagli anni 60 presso l’etichetta RCA e poi indipendente, Lilli è stato tra le altre cose anche musicista di talento e arrangiatore; ha consigliato, aiutato ed accompagnato negli studi di registrazione alcuni tra i migliori artisti della scena musicale italiana degli ultimi 50 anni. Citiamo tra gli altri, Endrigo e Jannacci, passando per Morandi e Patti Pravo per arrivare a De Gregori e a Paolo Conte; quest’ultimo si convinse a cantare in prima persona le sue composizioni proprio dietro insistenza di Lilli.
Mario conobbe Lilli ad inizio carriera e nel corso degli anni il loro rapporto si consolidò, tanto che divennero poi buoni amici. Castelnuovo lo considerava un po’ un suo fratello maggiore e non c’era una sua canzone, un verso o un arrangiamento, che non passasse attraverso la richiesta di un suo parere o un consiglio. L’argomento qualche volta poteva diventare anche fonte di animate discussioni, perché Lilli era persona schietta e sincera, capace di passione e trasporto autentico quando si discuteva di musica.
Lilli, Gaio. Gli amici di una volta. “Gli amici che se chiudi gli occhi li rivedi ancora”. Mario oggi scrive e canta anche per loro.
“Musica per un incendio” nasce dunque da una folgorazione di Mario Castelnuovo, qualcosa che lo ha costretto ad un cambio di rotta, un mutamento di direzione improvvisa del suo lavoro.
Come lui stesso ha raccontato, aveva da tempo già pronte infatti, delle canzoni che attendevano di essere registrate, ma deve essere accaduto qualcosa di inatteso, un cambio di vento non previsto, che lo ha condotto altrove, verso altri approdi narrativi e musicali, che gli hanno fatto scrivere quasi di getto altre canzoni, privilegiando più l’aspetto emotivo del suo lavoro, quelle stesse canzoni che sono poi finite nel suo nuovo disco.
Sin da bambino Mario amava ascoltare le storie dei vecchi intorno al fuoco nella terra di Toscana, luogo d’origine di sua madre, crescendo poi ha imparato a raccontare le sue storie, e la forma canzone è, come afferma, lo “scrigno perfetto” per farlo, anche se in 3-4 minuti devi cercare di condensare tutte le emozioni che hai dentro. In questo nuovo disco ce ne trovi davvero tante di storie; racconti che parlano d’amore e di passione come nel pezzo iniziale, “Annie Lamour”, una moderna “bocca di rosa”, in cui cita il grande Faber “Non per professione e non per gioco/fatto per contagio d’amore”, a detta dell’autore per questa canzone l’ispirazione gli è venuta ascoltando tanta musica classica, vera e propria miniera da cui attingere sempre nuovi spunti e idee a livello musicale.
mario-castelnovoL’amore lo si ritrova ancora, come nella delicata ed emozionante “gli amanti” o nella splendida “fessure di cielo”, vero e proprio inno di lode pagano al corpo dell’amata, perché come l’autore afferma “il vero Dio non lo trovi certo nelle banche o nei quattrini”, e parole come “Alleluia, alleluia per i tuoi occhi fessure di cielo e di ombre e di nuvole/ Allelluia, alleluia/per le tue gambe animali eleganti e squisite/e il passo da antilope tuo che mi prende” non possono lasciare indifferenti.
Una delle altre vette del disco è “gli innamorati coi capelli bianchi”, dove la passionalità e il fuoco della giovinezza lasciano spazio alla nostalgia dei ricordi di una storia d’amore vissuta da due persone non più giovani, una storia che, come lui afferma, meritava di essere raccontata perché “l’amore è una cosa universale che non ha età”.
Non manca in questo disco anche una certa dose di humor ed ironia, ma questa non è certo una sorpresa per chi conosce e segue da tempo il lavoro di Castelnuovo. Si sorride dunque ascoltando “Torna a casa Lassie”, vero e proprio divertissment che vede come interprete un fantomatico “Johnny Di Tacco” reduce dal grande successo nelle Americhe e si viaggia ancora tra il divertito ed il profondo in “A Certaldo fa freddo”, ispirato alla reale storia di amicizia tra i poeti Petrarca e Boccaccio. Perché questi son tempi in cui “possedere un sorriso nelle tasche” può aiutare a farti star bene.
Nel brano “La povera gente”, nonostante l’ironia, il sorriso si fa più amaro, quasi a denti stretti, perché “la povera gente se perde un dente fa finta di niente/fa finta di niente se perde un dente la povera gente/ farà sorrisi leggeri e molto discretamente”.
Raffinata e di grande atmosfera è “Genevieve” mentre incantevole risulta essere la filastrocca di “Santa Maria delle Caramelle” per arrivare allo splendido finale del disco, Trasteverina”, in cui la voce di Bianca “La Jorona” Giovannini, regina dell’underground romano impreziosisce questo brano dove l’autore rievoca la Roma liberata dalla guerra dove “quella contagiosa libertà sapeva/di speranza e pure di allegria.”
Un disco davvero di alta scuola cantautorale questo dell’artista romano, con arrangiamenti musicali di classe cristallina, qui ci trovi quel suo modo inconfondibile di porgere la voce e soprattutto la sua inalterata vena poetica, affatto inaridita dal tempo. E quella sua maniera di creare atmosfere di rara bellezza che popolano l’immaginario poetico di questo autore.
Tutti gli artisti continuano a scrivere nei loro libri o a cantare nelle loro canzoni gli stessi sentimenti di sempre. Alla fine le storie come è noto, si ripetono. “Quello che davvero conta è lo stile con cui le racconti”. E’ questo che alla fine fa la differenza. E Mario di stile (come di classe), ne ha da vendere.
Insomma, un Artista a tutto tondo, di quelli che, fossero nati in un altro posto, avrebbero sicuramente ricevuto ben altre attenzioni e riconoscimenti di critica e pubblico.
Ma, come è noto, questo nostro paese, si dimentica spesso dei propri figli, specie quelli di maggior talento.
Qualcuno ha detto che i tempi che viviamo non meritano un disco come questo. Perché oggi, a parlare di arte e bellezza o di cultura in genere, si potrebbe passare per folli o per “eretici”.
Ma, come afferma Castelnuovo, proprio perchè si vivono tempi bui e la nostra è un epoca “decaffeinata”, è questo il momento più giusto per parlare, per rientrare in possesso di quella facoltà di critica che ci è stata sottratta negli ultimi ventanni. Per tornare a mettere passione nella nostra vita, passione per una donna, per un libro o per un tramonto. O magari per un disco.
Potrebbe esserci una nuova era per i cantautori e per chi ha ancora delle storie interessanti da raccontare. Perchè “la plastica non può continuare a vincere sulla terra”. E noi siam fatti di terra. E di anima.

About davide favia

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Il mio cuore batte da sempre per la buona musica d’Autore. Da quando intravidi, tantissimi anni fa ormai, in un programma Tv, Francesco De Gregori, sì proprio lui, il Principe, imbracciare la chitarra e intonare “Generale, dietro la collina..” fu subito colpo di fulmine, amore a prima vista. Il primo vinile acquistato fu “Viva l’Italia” ed il mio primo concerto il mitico “Banana Republic” al vecchio stadio “Delle Vittorie” di Bari, la mia città, al seguito di mia sorella maggiore e di alcune cugine appassionate di buona musica. Continuai imperterrito a percorrere, attraverso gli anni, i sentieri del cantautorato nostrano con l’ascolto della musica che proveniva dalle frequenze delle diverse radio libere del tempo, di cui mi nutrivo avidamente e con l’acquisto di dischi e andando ai concerti, quando il budget assai ridotto me lo permetteva, provando a saziare la mia fame attraverso la lettura di tante riviste (internet era lontana anni luce!) e di libri sul tema.

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