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Max Manfredi – Dremong, un musical per orsi, piazzisti e naviganti

di Elisabetta Malantrucco

Dremong è il nuovo album (Primigenia) di Max Manfredi, uscito in settembre grazie al crowdfunding realizzato su MusicRaiser, con la partecipazione di 201 sottoscrittori del progetto.

201 persone che sapevano di rischiare davvero poco, perché ogni lavoro dell’artista genovese è speciale e la bellezza è garantita. Quante tra loro, però, si aspettassero di entrare in possesso di un disco che ha l’andamento le onde e le curve di un vero e proprio Musical non siamo in grado di dirlo o di saperlo.

Max Manfredi DREMONGQualcuno forse lo potrebbe definire un album dallo stile progressive, ma ci pare troppo e al tempo stesso troppo poco. Perché ad ascoltarlo di seguito e senza interruzione Dremong si muove davvero – e senza falsi timori – tra atmosfere brechtiane e arie da musical americano, proprio uno di quelli con milioni di repliche invernali a Broadway; e tutto questo grazie soprattutto agli arrangiamenti che sposano le chitarre classiche di Manfredi e di Fabrizio Ugas con quella elettrica di Matteo Nahum, le magiche tastiere e i mille strumenti di Elisa Montaldo col pianoforte di Marco Spiccio… e potremmo continuare passando tra bassi e flauti, corni e violini, contrabbassi e vibrafoni, lire a otto corde e organetti di Filippo Gambetta: come sempre una festa di suoni che coinvolge e incanta; non un ‘incantamento’ di sapore dantesco, ma una ipnosi da psicanalisi del Novecento.

Ma qual è la storia raccontata in questo musical?

Beh, dovremmo innanzitutto cercare di dimenticare per un attimo la nostra vita stanziale – coinvolgente nella sua banalità rassicurante – e immaginare un mondo che gira intorno a tutto questo e a volte ci passa in mezzo  quasi invisibile, oppure ne resta ai margini osservandolo – ma di rado – con indifferenza.

I protagonisti che vivono in questo strano mondo sono tanti o forse è uno solo: è l’orso, il crudele Dremong – che si alza e cammina condividendo con l’uomo la posizione eretta e la crudeltà – che nel frattempo però è diventato un orso piazzista e si muove per le autostrade fredde dell’inverno con le catene montate alle zampe, come nel Disgelo; o forse è un navigante di un mare agitato in attesa di bollettini, uno zingaro che non avrà mai casa; potrà avere forse stanze d’albergo sfatte o cabine di navi, un autogrill per mangiare, una grotta per riposare; anche l’amore forse non esiste e per parlarne il nostro eroe ha bisogno di un Negro che scriva per lui… ‘una canzone muta’.

Una canzone la cui musica si muove in una penombra senza tempo oppure dove il tempo è sempre Piogge e mare agitato e neve e grandine e i luoghi sono le strade asfaltate tra mare e montagna.

‘Non sono di qui’, recita il brano Inutile  e forse non abbiamo nemmeno ben chiaro cosa sia questo ‘Qui’; d’altronde non esiste nemmeno una Itaca per questo Ulisse che viaggia su un bus con ‘capolinea su Saturno’.

Forse la vera sintesi di tutto si trova in Rabat Girl, che è il vero gioiello di questo album che racconta di un mondo che si chiama solitudine.

E che non dà risposte ma vince la paura, tra stanze sfatte, vino e cicchetti in un bar di periferia.

Da non perdere.

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