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Intervista a Pippo Pollina

 

[pullquote_left]«…caminante, no hay camino/se hace camino al andar…» (A. Machado) [/pullquote_left]

S’è concluso lo scorso 28 febbraio il “Giro d’Italia” invernale di Pippo Pollina, un tour che riprenderà nel mese di maggio a partire dalla città di Trento.

Chi scrive ha assistito al concerto di Pippo durante la tappa di Bari del 24 febbraio, una tappa nella quale egli s’è avvalso della collaborazione del molfettese Roberto Petroli, che ha incantato il pubblico con le note suadenti del suo clarinetto, e della voce melodiosa di Nina Monti, che ha interpretato nel finale una dolce canzone.

Il concerto è stato, in realtà, un vero e proprio recital, in cui il cantautore siciliano ha preso le mosse dal concetto di “Costituzione di carta” espresso da Leonardo Sciascia ed ha proseguito animato da un profondo e radicale spirito libertario.

Regalo quest’oggi, ai lettori di “Bravo!”, l’intervista rilasciata da Pippo poco prima dell’inizio del concerto/recital:

Come prima domanda partirei dal tuo nuovo tour in Italia, che sta avendo un ottimo riconoscimento. Tuttavia è anche vero che tu sei noto per essere il cantautore celebre all’estero, ma fin troppo ignorato nel nostro Paese: come ti spieghi questa differenza fra il modo con cui la tua musica è accolta all’estero ed il modo con cui è, invece, accolta qui in Italia? – Beh…non vivo in Italia, questo è già un problema, perché credo che in questo Paese il contatto personale con il pubblico sia importantissimo. Non vivendo in questo Paese mi sono precluso tante possibilità.

L’altro punto fondamentale è che il mio centro di produzione è all’estero e quindi manca un management locale capace di inserirmi nei circuiti festivalieri.

Per ultimo, ma non perché sia meno importante, ritengo che la canzone d’autore viva un momento di grande crisi e che sia diventata un’arte desueta, non più frequentata. La musica e la canzone d’autore non trovano spazio nei grandi mezzi di comunicazione di massa o mediatici. E’ rimasto solo il Festival di Sanremo, ma è diventato un festival di costume, che non c’entra più nulla con la musica di qualità.

A proposito di realtà cantautorale, nel tuo ultimo album c’è una canzone che si intitola Cantautori, un  encomio nei confronti dei grandi maestri della musica nostrana: Fabrizio De André, Luigi Tenco, Lucio Dalla, etc. .  Come vedi dunque la realtà cantautorale italiana odierna? – C’è un vuoto generazionale – afferma seccamente [n.d.r.] tanto è vero che anche i giovani come te o sono talmente appassionati da andare sul web e scoprire questi nomi nuovi di riferimento del genere oppure si rifugiano sui grandi nomi del passato, che non ci sono più o si sono ritirati (come Fossati o Guccini). 

Perché questo? Perché c’è stato un vuoto generazionale: non perché non ci sia stata una canzone d’autore di qualità in grado di proporsi e di aggiungersi ai grandi nomi della nostra tradizione, ma piuttosto perché non c’è stata la capacità da parte del pubblico di seguire questi nomi nuovi.

 Nello stesso tempo il mondo massmediologico italiano ha ignorato volutamente questa nuova generazione, perché la canzone d’autore fa pensare, la canzone d’autore pone delle domande, la canzone d’autore scomoda, la canzone d’autore intende fare denuncia. Negli ultimi trent’anni l’Italia è stata oggetto di un’aggressione, poiché s’è cercato di umiliare le intelligenze. Dal mio punto di vista, c’è stata una forte volontà politica che ha avuto l’esigenza di manipolare un popolo per farne quello che voleva.

Parafrasando Marx, potrei dire che la musica dominante è la musica delle classi dominanti…Senz’altro.

Predomina una musica del divertissement, una musica meramente consolatoria – Una musica consolatoria, un cabaret consolatorio, un teatro consolatorio, una letteratura consolatoria. C’è così un vuoto, un vuoto che secondo me avvertiremo quando gli ultimi grandi spiriti se ne andranno e non saremo più in grado di offrire al mondo un contributo importante come nel passato. E questa è una grave responsabilità che peserà su quell’oligarchia del potere, che ha spogliato il Paese della sua forza espressiva.

Passiamo poi alle domande più di carattere personale. La cifra della tua esistenza, che si ritrova peraltro in gran parte del tuo repertorio artistico, è il nomadismo. Perché tu, all’incirca trent’anni fa, hai compiuto una scelta molto coraggiosa e radicale, quella di andare via dalla tua Sicilia e di partire senza neanche avere una meta ben precisa: ora, a distanza di così tanti anni, puoi dire che rifaresti la stessa scelta e di non avere alcun rimpianto? – Mille volte – sostiene convinto ed inflessibile [n.d.r.]. Ho avuto la fortuna di azzeccarci, perché io ho temuto che l’Italia potesse diventare quello che è diventata. Anzi, è diventata peggio di quello che io temevo. Purtroppo.

Se io non fossi andato via, non avrei fatto tutto quello che ho fatto; forse avrei dovuto rinunciare al modo con cui ho frequentato la canzone d’autore, in quanto il sistema Italia è organizzato in maniera diversa e si basa su tutta una serie di rapporti clientelari, che poi impediscono ad un artista di essere se stesso.

Nomadismo – dicevamo – ma anche ‘appartenenza’, come canti nel tuo ultimo album…– Le radici e le ali – m’interrompe dolcemente [n.d.r.]. La tua esperienza di vita sembra voglia insegnarci che bisogna in un certo qual modo smarrire la strada di casa per apprezzarne davvero, un giorno, il ritorno. – Sì. Io credo che soltanto conoscendo gli altri si sia in grado di conoscere se stessi. Anche dal punto di vista artistico è necessaria la frequentazione di percorsi altrui per poter poi riconoscere quello che è più consone alla propria indole. Dal punto di vista umano ho capito che per il raggiungimento di una personalità più completa era necessario un allontanamento dalle radici.

Un’ultima domanda prima di lasciarci. Tu hai fatto parte della redazione “I Siciliani” diretta da Pippo Fava, grandissimo giornalista italiano, uno dei primi a denunciare apertamente l’intreccio perverso fra mafia e politica: cosa ti ha lasciato quell’esperienza? – Eh, tanto – mi dice con una vena di amarezza [n.d.r.]. Tocchi un punto importante per me. Io sono andato via un anno e mezzo dopo l’assassinio di Fava. Sono andato via perché, in relazione a questo omicidio, ci furono grandi trasformazioni all’interno della redazione e nelle prospettive che quel giornale poteva dare a tutti noi. Vennero a mancare i fondi per poterlo sostenere, gli sponsor si ritirarono e capimmo che anche dal punto di vista delle protezioni politiche eravamo assai vulnerabili.

Per tornare alla tua domanda, direi che l’insegnamento di Pippo Fava è stato proprio quello di trasferire la propria passione civile rispetto ad un’attività come quella del giornalismo, che poteva essere scardinante, nella nostra vita, nella mia vita.

Mi congedo da Pippo Pollina consapevole di aver conosciuto non solo un grande cantautore, ma soprattutto un vero uomo. A nome mio e di tutti lo ringrazio di cuore.

                                                                                          Gabriella Putignano

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Gabriella Putignano è Laureata in Scienze filosofiche, ha pubblicato “Il grido di vita di Carlo Michelstaedter”, ISBN: 978-88-91018-67-0, 2012.

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