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Gian Piero Alloisio – Ogni vita è grande

Il fatto che il nuovo Cd di Gian Piero Alloisio esca per la Universal Music è una buona notizia per l’industria discografica italiana.

Il fatto che Gian Piero Alloisio faccia sentire in questo difficile momento la sua densa impronta di cantautore, accanto a quella di indispensabile drammaturgo della scena italiana, è una novità esclamativa nel consueto via vai di buone e meno buone proposte.

Ogni vita è grande si colloca molto più su del buono.

Per motivi facilmente rilevabili.

Innanzitutto è un compendio, dove trovano posto diversi piani esperienziali.

Se intendiamo il Teatro-Canzone come qualcosa di più di una semplice alternanza tra prosa e musica sul palcoscenico, e consideriamo una drammaturgia musicale appositamente congegnata per la messa in scena e relata alla tematica esposta nelle parti narrate, ebbene possiamo considerare tranquillamente Gian Piero Allosio come l’unico vero esponente contemporaneo di questo genere-non genere.

Proprio il termine Teatro-Canzone è stato coniato da Giorgio Gaber per la prima volta nell’urgenza di definire uno spettacolo di Allosio durante la solidissima collaborazione dei due artisti. Il brano La strana famiglia contenuto nel disco, esilarante eriattualizzatoper l’ancor più terribile panorama contemporaneo televisivo, è una bandiera che appartiene a quell’incipit così importante, sicuramente condiviso da esperienze di altri artisti che appaiono tutte però meno definite.

E nel compendio di Ogni vita è grande c’è posto anche per l’opera musicale, come quella fiera, coraggiosa e originale di Malavitaeterna, di fresco debutto al Teatro Stabile di Genova e portata in questi giorni in tournée da Gian Piero Allosio con la sorella Roberta, che vinto l’ultimo Premio Tenco come Miglior Interprete, e il notevolissimo cantautore Federico Sirianni. Le “storie tossiche” di Malavitaeterna partono infatti proprio dal brano King, che analizziamo a breve.

Anche L’Eco di Umberto è insieme un bellissimo brano del disco e il noto spettacolo teatrale dallo stesso titolo; entrambi testimoniano la ricerca alessandrina di Allosio studioso, chino su tutto il materiale che Umberto Bindi ha lasciato alla rovina, suo malgrado, dopo la sua scomparsa. Un lavoro certosino che restituisce l’inedito di un immenso repertorio ancora non ascoltato, se non per opera del precedente teatrale dello stesso Allosio La musica è infinita. Ma andiamo con ordine.

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TRACK #1 – Ogni vita è grande

Non invidiare nessuno/ Nessuno è importante/ Anche il potere più forte/ è un potere apparente”. L’Alloisio che schiaffeggia il potere firma testi e musiche di una canzone quasi didattica, che dà nome all’album. Una lezione da insegnare agli altri e anche a sé stesso: “Ogni vita è grande/ Devo ricordarlo/ quando son distratto/ o troppo chiuso per saperlo”. Nei crediti è segnalato un debito di riconoscenza nei confronti di Maurizio Maggiani, e il suo motto “la vita è più grande di quello che possiamo pensare di lei”.

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TRACK #2 – Il paese delle cose che non sono

Una stanza provvisoria per sognare/ un biglietto a basso costo per volare// Nel paese delle cose che non sono e non saranno/ Trovi il tempo per pensare a me davvero// Se ricordi le mie mani da pianista/ Io per come sono fatto già mi basta”. Brividi per questo pezzo d’amore, in cui la meraviglia umana è costretta comunque nella cappa di miseria della quotidianità. Ma con uno slancio. Uno slancio che ti strappa l’anima, come la musica di Umberto Bindi che accompagna questo bellissimo testo di Allosio. Forse il miglior pezzo dell’album. Commovente e genuino, di altissimo lirismo, capace di consegnare una splendida memoria del cantautore scomparso e una nuova vis al suo messaggio. Diventa contemporaneamente uno dei più bei pezzi di Gian Piero Allosio e di Umberto Bindi insieme. Che magnifica collaborazione. Annulla anche la distanza che la vita ha prepotentemente imposto.

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TRACK #3 – Italia ti vorrei salvare

Italia ti vorrei salvare è un accorato appello, un argine implorante all’alienazione assassina, “Corpo ucciso mille volte sul lavoro/ corpo matto che telefona distratto mentre guida un tir”; con la convinzione che la via d’uscita sia una libertà partecipata, come diceva una volta qualcuno di molto vicino ad Alloisio, e che ora potrebbe e dovrebbe forse essere politicamente “uno sguardo collettivo”, per salvare la nazione da quelli che “Balotelli non è italiano/ che il crocifisso va sulla bandiera/ che c’è l’invasione, ormai, del musulmano”. La domanda vera è “chi ci salva dalla pancia del Paese?”. Potranno essere i “futuri”, con l’augurio “che al gestire preferiscano il creare/ che ai salotti preferiscano la strada”. Una canzone di politica necessaria, come tante dovrebbero svegliarsi nel sonno autocompiaciuto di molto alt(r)o cantautorato italiano.

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TRACK #4 – Non c’è lavoro

Non c’è lavoro è la prima canzone teatrale dell’album. La vis polemica è mitigata dall’ironia, ma arriva dritto allo stomaco il contenuto di un mondo dove “anche se un uomo tutto tatuato/ a volte sembra tosto/ lo vedi subito che muore di nascosto”, dove a quelli che “producono un mondo sempre più disperante/ e meno divertente”, si oppongono quelli che in una “notte contrattuale, interinale, terminale/ hanno paura di finire male”. Il ritornello l’ha inventato la figlia di Gian Piero guardando un programma in Tv, e canticchiando “Bellamore” a refrain; giusta etichetta a questa canzone che, come King, è molto figlia del teatro, dove l’esclamazione “Eh!” può rimare con un verbo. E puoi farlo solo se sei bravo a dargli valore.

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TRACK #5 –La luce in un canto

Perché /chiediamo amore sempre a chi non sa cos’è/ Bussiamo porte che nessuno ci aprirà”. La musica di Umberto Bindi vive ancora nella struggente interpretazione di Alloisio, che stavolta dipinge in aria le bellissime parole di Carlo Mucari, ritratto preciso della solitudine di un cantautore, di un poeta, di un uomo.

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TRACK #6 – Passa

L’impegno e l’ironia vanno di pari passo. La finestra sulle problematiche del reale quotidiano, “è un po’ che non lavoro più”, con il gusto di prendersi in giro pure nel dramma, come insegnava Piero Ciampi. Così arrivano versi come “avevo un mutuo agevolato/ ma non mi agevolano più”, e “Bruco un’insalata con pazienza/ e poi mi celo in una stanza/ Amore celati anche tu”. Pezzo musicalmente scorrevole ed efficace, con geniali nonsense da Derby di intellighenzia purtroppo trascorsa: “Passa l’ultimo libro di Melassa/ Molto porno bella mossa/ Bassa la qualità delle canzoni/ Sanno di Melassa// Fissa sotto il balcone l’uomo in frack/ È un cameriere dell’Irak/ Chissà cosa vorrà da noi”.

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TRACK #7 – Venezia

È supefluo qualsiasi commento a margine di questo capolavoro che ha contribuito a ingigantire la figura di Francesco Guccini. Stefania era la cugina di Gian Piero, morta di parto nel 1977; la canzone è figlia di questa tragedia. Si può segnalare come elemento di maggiorazione lirica solo l’oboe di Mario Arcari, una china sottile sul quadro impressionista e neorealista insieme, che chi è abituato a conoscere per affinità d’esperienza porta dentro per sempre come “un dolore al livello del mare”. Solo l’incipit: “Venezia che muore/ Venezia poggiata sul mare/ La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi/ Venezia la vende ai turisti/ Che cercano in mezzo alla gente/ l’Europa o l’Oriente/ Che vedono alzarsi alla sera/ il fumo o la rabbia/ di Porto Marghera”.

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TRACK #8 – La strana famiglia

Se prima era Guccini, ora sotto queste note allegre e sferzanti è impossibile non ricordare Giorgio Gaber, che volle cantare questa geniale invenzione di Allosio e scriverla un po’ con lui, facendola diventare uno dei suoi cavalli di battaglia. E ci sembra di sentirlo: “…anche se soffriamo molto/ noi facciamo un buon ascolto/ siamo quelli con l’audience più alto”, con quella “a” pronunciata buffamente quasi come una “o”. Le trasmissioni televisive passate in rassegna nella canzone sono attualizzate, e l’effetto è esilarante. Ottima Tracklist, peraltro, in questo album; scelte d’ordine sicuramente difficili per ampiezza di amalgama. Come in un vero spettacolo ben orchestrato, ai toni commoventi del brano precedente del disco fanno da contrasto parole così intelligenti da riuscire ancora a far ridere. E per una canzone, che svolge i suoi contenuti in una forma sempre definita, è una difficile conquista.

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TRACK #9 – La parte migliore

La Parte Migliore ci fa entrare di nuovo nell’ottica di Bindi, la cui malinconica dolcezza si adagia alle invenzioni sensibili di due autori come Allosio, naturalmente, e come Maurizio Maggiani, compagno del cantautore-drammaturgo in illuminati episodi di palcoscenico e testificatore a sorpresa di questo brano, che scende intenso e in tensione, come di attesa, a sapere “che dall’altissimo la pioggia va/ fin dentro ai bar/ lo sai, a lavare i futuri”.

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TRACK #10 – L’Eco di Umberto

E quale debito esigeva l’Universo// Da quella voce senza difesa/ che quando canta ti chiede scusa/ L’uomo che suona non pensa a niente/ ma è già una colpa a volte essere innocente”. La colpa di Umberto Bindi, emarginato dallo star system perché omosessuale.

Un’importantissima riflessione scaturisce dal racconto di una vita che Allosio ha annusato da vicino, nei nastri perduti, nelle pagine ingiallite, nella polvere sapiente, unica triste compagna dell’angoscia di un poeta, “sul mare aperto del pianoforte/ un uomo solo/ gioca a scacchi con la morte”. La riflessione è che il vento dell’intrattenimento ha sotterrato tra dune di indifferenza la creazione artistica, in un contesto “dove la musica è un’immagine in Tv/ e sopra il palco ci vanno tutti/ Bisogna dirlo ai giornalisti/ che d’ora in poi/ non c’è più posto per gli artisti”.

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TRACK #11- King

King è un capolavoro. Tecnicamente lo scarto tra il cantato e recitato è magistrale. Il tono ironico alleggerisce la cattiveria di una storia vera e vissuta; la foto impietosa di movimenti che il mondo tossico pensa invisibili, e che invece sono tanto evidenti da essere emarginati con forza. Una canzone teatrale, come poche ce ne sono nella letteratura musicale italiana. Una canzone che compare nel disco tributo a Fabrizio De André come unico episodio non deandreiano della raccolta di interpretazioni non convenzionali, tra cui quella celebre di Vasco Rossi che canta l’Amico Fragile citato nel titolo, insieme al soprannome che Paolo Villaggio aveva dato all’amico: Faber. Basterebbe questo a chiudere il discorso. E non cito nulla di King, perché andrebbe citato tutto il testo e perché è una storia che davvero non voglio rovinare parcellizzandola.

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TRACK #12 – Senza

Piccolo gioello. I crediti del pezzo citano “voce e chitarra diversamente accordata: Gian Piero Allosio”. E basta. Basta a dare una connotazione di immensa profondità a un pezzo. È l’altra faccia della medaglia del brano che la precede nel disco; la faccia meno divertente. E di nuovo non me la sento di rovinare la sorpresa del pezzo, con uno svolgimento avvincente, nonostante la dolcezza scelta dell’accompagnamento. Uno dei pezzi in cui più si percepisce l’attenzione del canto di Allosio, grande interprete oltre che grande scrittore e musicista.

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TRACK #13 – Baxeicò

Ed ecco la scossa di Baxeicò, ovvero Basilico dal genovese, con l’elettrica dello storico compagno Gianni Martini che scatena il ritmo di una divertentissima ricetta, celebre emblema della genovesità nel mondo. Proprio nell’esportazione si contestualizza il recitato di Nicholas Brandon. Anche se “belìn” è riportato sempre “belìn” in lingua inglese. Intraducibile la sua non aggressività.

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TRACK #14 – Canzone per Carlo

Subito si ritorna alla Storia. Con i suoi vinti che diventano bandiere, in un vuoto di rimpianto che si reinventa vento e muove per scuotere, scuotere e far ricordare. La Storia in questo caso racconta del G8 del 2001, e di Carlo Giuliani. “Qualcosa ha meditato e deciso/ Sangue sangue sangue sangue sangue sul viso”. La violenza si trasfigura in poesia, quando Alloisio inventa il testamento morale di Carlo: “Vi mando in sogno segnali di fumo/ Chiavi di rabbia per porte già aperte”.

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Il disco finisce qui. Per iTunes però compare a sorpresa la bonus track Silvio, la cui storia adesso sembra distante anni luce dai nuovi abusi quotidiani, dove cambiano i volti degli aggressori e non le vittime. Ma il personaggio Silvio è tratteggiato all’interno della canzone con una giusta distanza, da personaggio anche comico quale in fondo era. Con la genialissima e rubatissima intuizione di Allosio: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”.

In conclusione mi sento soltanto di dire: vale la pena conoscere e risconoscersi in questo importante disco di Gian Piero Allosio, Ogni vita è grande.

Buon ascolto.

Eugenio Ripepi

Link videoclip l’Eco di Umberto http://www.youtube.com/watch?v=Tx06Z82zFnk

Sito di Gian Piero Allosio http://www.gianpieroalloisio.it/

About Eugenio Ripepi

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Il cantautore Eugenio Ripepi ha esordito con l'album "La buccia del buio" (CNI/Bollettino). Dell'album Ripepi ha scritto testi e musiche e curato la produzione artistica, affidando la sezione ritmica del disco a personaggi del calibro di Ellade Bandini alle batterie (Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, Paolo Conte); Marco Fadda alle percussioni (Ivano Fossati, Eugenio Finardi); Luca Scansani al basso elettrico (Enzo Jannacci, Ivan Graziani). Il primo singolo "La luce scalza",tratto da "La buccia del buio", in rotazione su Isoradio Rai, network nazionali e radio private, si è posizionato tra i primi 25 della classifica nazionale indipendenti e tra i primi 15 con il videoclip del brano. Il secondo singolo estratto, "Scarpe di colla", ha spostato l'attenzione sui temi della lotta e dell'impegno, consolidati con il nuovo 45 giri Sociale inciso con la band ligure dei Sottosuono, che ha arrangiato i brani contenuti all'interno: "Operaio alla catena di montaggio" e "Thyssen". www.eugenioripepi.com

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