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Fossati chiude in decadenza (di G. Montolivo)

 

Dice di lasciarci con questo ultimo album, uno dei più grandi cantautori italiani. Purtroppo, il sedicente ultimo album di Ivano Fossati non è all’altezza di cotanto saluto.
Decadancing: decadenza e ballo, disgrazia e musica, dolori acuti e alte distrazioni. Associazione divertente, provocante, colta; ma non siamo mica in un film di Nanni Moretti, dove sono sufficienti un’idea geniale e Silvio Orlando che si veste da cuoco ballerino. Qui siamo nella Canzone di Ivano Fossati: la canzone che ci ha insegnato a stare tra il suono ed il significato della parola; che ci ha viziato a tal punto, con la bellezza del suo tratto, che ormai tralasciamo il messaggio: quasi ce ne freghiamo di cosa ci dice, purché ce lo dica come solo lui sa fare. Amare non ciò che vede, ma il suo sguardo. In “Decadancing”, a mio avviso, tutto questo viene spesso a mancare.
L’album si distingue subito per somiglianza ai precedenti, con tutte le conseguenze del caso. In particolare, emerge una produzione ammiccante, di buona qualità, ma scollata dallo stile di Fossati. Dov’è finito il cantautore che sorprese i fan dichiarando che la musica è un lavoro intimo, molto più importante del testo? Da quale di questi pezzi dovrebbe emergere il rapporto profondo di Fossati con il tessuto musicale? In questo album si passa, senza continuità, da arrangiamenti artificiali scopiazzati dal panorama Pop (“Quello che manca al mondo”, per non parlare de “La normalità”) all’assenza assoluta di arrangiamento, che lascia spazio al solito pianoforte, meno efficace del solito (“Tutto questo futuro”): un fenomeno che – purtroppo – testimonia chiaramente la difficoltà di Fossati a lavorare con la propria band, e che ci fa piangere una volta in più la morte di Beppe Quirici. Abbiamo persino una confessione di Fossati, con risvolti spiazzanti: “uno dei dischi che ho scritto in meno tempo” (Che tempo che fa, 2/10/2011).
E riesce veramente difficile associare questa velocità compositiva all’impeto di un’ispirazione improvvisa e prolifica: la si riscontra, al contrario, nel ricorso a stilemi usurati, dalle atmosfere musicali prevedibili, all’uso ripetitivo di figure retoriche note. “Settembre” sarebbe una canzone che colpisce, se non conoscessimo già la bellissima “Musica moderna” e la ancor più bella “C’è tempo”. La settima “Settembre” della canzone italiana ha sì in sé le qualità per balzare in testa alla classifica, ma non sarà mai sentita ed autentica come (ad es.) quella di Alberto Fortis. Qui non c’è ispirazione né ricerca.


Bisogna sottolineare che alcune di queste nuove canzoni hanno testi molto belli (“La sconosciuta”, “La normalità”, la citata “Settembre”); ma la poetica di Fossati, per quanto peculiare e autorevole, non può prescindere dal principio generale della canzone d’autore: parole e musica si valutano insieme. La bellezza di un testo si fa sempre apprezzare, ma non può salvare una canzone che manca di coerenza interna. Per attraversare il grande mare che separa Suono e Significato, servono parole e musica ben miscelate; ma qui le scorte scarseggiano. Se questi testi fossero comparsi nel nuovo album di Ligabue, che per inciso considero inascoltabile, probabilmente li avrei apprezzati di più. Perché in quel caso non potrei mai nutrire l’aspettativa cantautorale, che richiede complessità e coerenza, che invece ho verso Fossati.
Fossati ci lascia: smette di scrivere canzoni e di fare concerti. Ma perché lasciare tutto quanto in una volta? Farà come Milva, che dà la colpa a un romanzesco “male” di cui non dice mai il nome? La perdita sarebbe grave. Ché poi, quello che non si può proprio dire di questo album, è che non sia gradevole da ascoltare. È molto gradevole e non stanca. Del resto, più passa il tempo e più è bello il canto di Fossati, che negli ultimi vent’anni non ha mai smesso di applicarsi a nuovi modi di fare musica, e che anche in questo album gioca ad incantare l’ascoltatore. Ma rinunciare a tutto in una sola volta – rinunciare i suoi concerti, che sono il luogo elettivo per riascoltare canzoni sublimi, che negli anni non hanno perso il loro smalto (solo per enfatizzare, cito “Una notte in Italia”, “Mio fratello che guardi il mondo” e “Il bacio sulla bocca”) – non sembra un negozio conveniente. E con una prospettiva tanto triste, un album come questo proprio non consola.D’altro canto, la scusa per un album poco riuscito sembra quasi rinvenirsi in apertura: “in questa decadenza, le parole non hanno chances”. Che brutto messaggio! Allora tanto vale lasciar perdere?

 

Caro Fossati, le parole – come le canzoni – hanno sempre chances. Lo dice persino il cinico Nanni Moretti, che “Le parole sono importanti!”; lo dice il buon vecchio Goran Kuzminac, che bisogna tenere l’amo sempre affilato, e lo dice il buon vecchio Vecchioni: “Non possiamo cambiare il mondo, ma dobbiamo andare avanti”. Ma Ivano Fossati, con questo album decadente che piace tanto a Fabio Fazio, vede le cose diversamente. Te lo meriti, Fabio Fazio.

 

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Io non voglio assolutamente crederci. Non mi va il pensiero di un mondo senza Fossati, con la schiera di imitatori a replicare problematicamente il suo tono di voce avvolgente e inconfondibile. Anche senza essere un fan di Fossati, confrontando la sua produzione con quella di tanti altri, si può oggettivamente constatare una prerogativa rispetto ai contenuti, che si può riassumere in una sola parola: rapina. Da parte di troppi, nei suoi confronti.

One comment

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    Sec me ne sforna un altro, ovviamente:) e nel frattempo io mi sarò AUTOPRODOTTO il terzo:)

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