In esclusiva pubblichiamo l'intervista integrale che Max ha rilasciato a Bravonline.
Intervista a cura di Gloria Berloso
Tecnicamente la differenza consiste nel fatto che i versi della poesia, oggi, non sono musicati. La poesia è fatta dunque per la lettura, la canzone per l'ascolto.
Dal punto di vista del valore che viene attribuito a questi due fenomeni, poi, la poesia ha seguito una strada "alta", investigazione cosmica o squadernamento sublime dei propri sentimenti. La canzone ha seguito una via "bassa", che non esclude l'intrattenimento e la danza.
Si tratta però di convenzioni, che, come tali, mi interessano poco. Poesia e canzone sono consanguinee, non soltanto dirimpettaie occasionali.
Io mi considero, genericamente, un artigiano; che però lavora una materia come l'emozione, che è impalpabile. O meglio, che elabora con strumenti concreti un'illusione.
Sono come un giostraio, un prestigiatore, un pubblicitario, un sacerdote di campagna, un venditore di bolle di sapone. Uno sciamano e uno showman, come dice il titolo di una nota rassegna. Un incantautore, come sono stato definito. Non è una definizione così peregrina: nella lingua latina, per esempio, "carmen" significa canto ed incanto. Ma nella lingua inglese "spell" vuol dire formula magica e compitazione della parola. Ecco: laddove la parola, semplicemente compitata, e quindi ritmica, diventa magia: è il paese musicale da cui provengo. E' la mia letteratura.
Questa attitudine non è solo fiabesca. La descrizione del quotidiano più banale acquista, nella musica, una seduzione necessaria ed aggiunta. Posso dire le cose più colloquiali, ma le dico in musica. L'impatto emotivo cambia, a volte in modo deflagrante.
Io sono poi per una rivalutazione ed una ridefinizione del termine "poeta". Non tanto inteso come "colui che compone poesie" meno che mai come colui che componendole, invera o sfiora l'universalità: definizioni ( la prima, insieme troppo tecnica e vaga, e povera da un punto di vista assiologico; l'altra troppo empatica, enfatica e per così dire mitologica) per essere funzionali, tanto peggio se si pretendono scientifiche.
La definizione che propongo all'uso è: poeta come facitore (da "poiesis"), colui che trova un equilibrio fra la contemplazione, quella specie di scossa elettrica o invasamento che fu ed è chiamato "ispirazione", e l'azione (manipolazione della sua materia artigianale).
In questo senso l'attribuzione "poeta" può applicarsi al facitore (ed inventore) in qualsiasi disciplina. Anzi, riporta la velleità astratta e quasi immateriale dell'epitteto ad una qualifica artigianale e concreta, per quanto sia concreto il linguaggio.
Il poeta non è mai chi si applica in una disciplina tradizionale, ma chi inventa il linguaggio al suo interno, cioè chi "trova" ed esercita fantasia all'interno di una disciplina.
Poeta - ora in questa accezione tecnica, e non metaforico - può essere uno scienziato, un cuoco, un attore, un prestidigitatore, un pugile. Poeta può essere anche uno che scrive poesie. Ma non tutti quelli che lo fanno, anzi, direi pochissimi.
Personalmente trovo questa definizione di "poeta", che esula un po' dal senso comune attuale - che è ambiguo alla radice - insieme precisa e libertaria, o liberatoria, o almeno libertina.
2 ) Qual'è la canzone che più ti rappresenta?
Nessuna canzone "mi" rappresenta, e tutte quante. Le mie, perché ci metto la faccia, il corpo, i ricordi presunti. Altre, di altri, perché mi impressionano emotivamente.
Ma la canzone per me non rappresenta mai, ruba. Prende in ostaggio. Si camuffa. Restituisce.
3 ) Dal primo ascolto delle tue canzoni si delinea netta e chiara la straordinaria originalità dei testi
e la maestosa bravura a comunicarli.Chi li ascolta percepisce una vibrazione.
Siamo difronte al capostipite di una espressione culturale e musicale nuova?
Quella che tu chiami "maestosa bravura" riguarda proprio il mestiere, l'artigianato d'arte. Se, come dici tu, chi sente vibra, è segno che l'elettricità circola, la canzone "funziona", cioè si attiva, come fosse un conduttore. Ti cattura, ti fa sparire e ti riporta, come si dice di certe macchine progettate da Nicola Tesla o in certi maestosi - quelli sì -giochi di prestigio.
Per quanto riguarda la tua seconda domanda, io non mi sento né un capostipite né un epigono. Io credo che uno debba essere il capostipite di se stesso. Se poi qualcuno si riferisce a lui, beh, succede. Allo stesso modo si deve essere epigoni di se stessi. Certo che c'è chi è venuto prima, cronologicamente e magari affettivamente. Ma qualsiasi "modello" si stempera nell'automia dell'autore, già di per sé abbastanza brulicante e contraddittoria.
4 ) Che cos'è per te in fondo una canzone?
Un dire in musica limitato nel tempo, e che contiene un assunto ed una carica emotiva.
5 ) C'è una frase di Fabrizio De Andrè che mi ha colpito :
" Ieri cantavo i vinti, oggi canto i futuri vincitori, quelli che coltivano la propria diversità con dignità e coraggio.
I perdenti sono le persone che più mi affascinano. E' la fuga dal branco che ci porta a maturare spiritualmente.
Così la solitudine diventa una possibilità di riscatto."Cosa ne pensi?
Penso che in questa società la dialettica tra vincitori e vinti si traduca in una farsa darwiniana da reality show. La dignità ed il coraggio, proprio, sono difficili da coltivare. La figura del perdente trova sempre meno margine di dignità, dignità del tutto negata al vincitore. Ma di cui il vincitore non ha alcun bisogno.
Qualsiasi vincente, inquadrato in modo diverso, diventa un perdente. Delinquenti che hanno sofferto diventano, automaticamente, martiri. La sofferenza interessa quando fa notizia, altrimenti viene rimossa o rintuzzata a suon di droghe lecite ed illecite.
Mantenere una dignità nella sconfitta è sempre possibile. Mantenerla nella vittoria è più difficile.
Io sono preoccupato dal rincoglionimento indotto. Il rincoglionimento socialmente indotto è un morbo che prende tutti, per qualcuno è la pratica quotidiana, per qualcuno una tentazione. Ma nessuno ne è immune. E' una parte dell'individuo, che può svilupparsi più o meno, in certi frangenti.
Se vedo certi programmi televisivi, non significa che sono un coglione. Significa che sto sollecitando ed allenando la parte di me che mi rende tale.
Io temo l'istinto gregario. La solitudine, sottraendoti al gruppo (al gregge, al branco) ti esclude dalla vita comune. Ma la socialità esclude spesso la tua parte più autentica, o quella che sembra passibile di riscatto. E' possibile un riscatto di gruppo?
Insomma, è difficile mantenere un equilibrio: né soli né intruppati.
6 ) La tua ultima opera è "Luna Persa" riconosciuto dalla critica come il migliore album del 2009.
Quale contributo artistico ritieni di aver dato ai tuoi musicisti e quale contributo hai ricevuto da loro?
Insieme abbiamo dato un contributo al disco...Anzi, l'abbiamo proprio costruito. Credo che l'orchestrazione, in una canzone, abbia lo stesso valore che la musica, le parole, l'interpretazione. Anche se è suonata solo con un'arpa, o un barattolo percosso. Coi miei musicisti, poi, di concerto in concerto, continuiamo a inventarci gli interventi musicali sulle canzoni. Contrariamente alla maggior parte degli artisti italiani, tendo a non coincidere - nei miei concerti - con la stesura orchestrale dei dischi. Un po' per necessità, un po' per scelta.
7 ) La tua vitalità intelettuale ed artistica ha dato luce a questo album dove ascoltiamo sonorità diverse
con espressioni culturali portoghesi in Libeccio e bregoviciane in Zimbalom .
Mi puoi spiegare in chiave artistica come sono nate queste due canzoni?
In tutt'e due i casi si è trattato del ripescaggio di vecchie composizioni mie, sedimentate negli anni, sempre variate e mai abbandonate del tutto. "Libeccio" è rimodellata su ritmi spagnoli di flamenco e buleria. Zimbalom ha - genericamente - il ritmo e l'armonia tipici delle musiche slave e balcaniche. Quando la composi non conoscevo ancora nulla di Bregovic, ma avevo ascoltato altre bande tradizionali di quelle aree. I testi sono stati rielaborati, cambiati. Col testo è peggio che un telequiz: parole vengono decimate, altre resistono e vengono affiancate da "nuovi acquisti". Il testo delle mie canzoni è spesso un materiale dissestato che si riassesta in continuazione, finché raggiunge il giusto punto di cottura, o semplicemente, finché decido di licenziarlo così com'è, o di cacciarlo nel cestino.
8 ) Qual'è la canzone di cantautori stranieri che più ti emoziona?
Trovo emozione in alcune musiche cantate tradizionali che possono essere definite, comunque, d'autore: il fado, il rebetiko greco, la musica klezmer, la canzone napoletana.
Non voglio qui tralasciare alcuni Lieder classici (anzi, romantici) che appartengono al repertorio della cosiddetta musica colta.
E' difficile però isolare alcuni elementi in un oceano. Certi artisti stranieri mi hanno sedotto fin dagli anni passati, e ancora adesso me li ascolto, se capita. Voglio fare solo due nomi: Jacques Brel e Leonard Cohen. Ma ce n'è miriadi.
Diciamo che la musica che mi piace ascoltare è tanta, ma tutta quanta bisogna andarsela a cercare. La musica che "si ascolta" accendendo la radio e smanettando, quella mi sconforta. Quando siamo in viaggio, nell'autoradio le stazioni resistono poco al nostro ascolto.
9 ) Quanto sono importanti l'amore e l'amicizia nella tua vita d'artista?
Qui mi sento un po' sdoppiato. L'artista è un po' come il medico o lo scienziato, è cinico. L'amore, ad esempio, lo disseziona e ne assegna un frammento emozionale ad una strofa di canzone, uno ad un altro, l'altro ad un accordo. Diciamo che Gli rende la pariglia, lui stesso che dall'amore è più o meno dolcemente dilaniato (o dalla sua assenza, o dai desideri).
Anche dell'amicizia la canzone vive, nonostante il suo carattere lirico, e solitario. La canzone spesso si compone da soli e, misteriosamente, la cantano in molti.
Il Max Manfredi Jekyll della vita si alimenta di amicizia ed amore, e lo Hyde sul palco lo usa per i suoi esperimenti e le sue acrobazie. O viceversa.
10 ) Max Manfredi come ti definisci?
Una possibilità realizzatasi del dire in musica. Se si preferisce, un incantautore o un reporter lirico.
Per contattarci: cellulare: +39 339.4396670
e.mail: info@alessandrocalzetta.it
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